L’ESPERIENZA DELLA SOLITUDINE

La luna: un'immagine suggestiva del corto di Enrico Casarosa

La quarantena, tuttora costringe molte persone a rimanere a lungo, da sole in casa. Ciò fa emergere la differenza tra ESSERE REALMENTE SOLI E SENTIRSI SOLI.

La solitudine è un concetto complesso, può essere definita, in generale, come privazione di socialità, di assenza di relazioni. Ciascuno di noi può farne esperienza.

Nel pensare alla solitudine può venire in mente una condizione oggettiva di assenza di contatti umani, di legami significativi. Purtuttavia sentirsi soli può appartenere alla dimensione soggettiva della solitudine. Si è soggettivamente soli quando, pur trovandosi in mezzo agli altri, si vive un sentimento pervasivo di distacco e lontananza dagli altri, di disagio relazionale.

DISTANZIAMENTO SOCIALE E SOLITUDINE

Il distanziamento sociale e le restrizioni adottate per contenere i contagi da coronavirus, possono portare ad una dimensione di solitudine. Difatti viene meno la libertà di scelta nel relazionarsi al mondo esterno. L’attenzione prevalente al proprio mondo interno, può amplificare l’assenza, evidenziando la sensazione di sentirsi soli. Il rapporto prevalente con se stessi può essere vissuto con sofferenza. Ciò è stato vero durante il lockdown, è vero tuttora, con questo graduale, discontinuo ritorno alla normalità, finché si insisterà sulle misure necessarie di distanziamento sociale. Solitamente nei momenti di difficoltà ci rifugiamo nella protezione offerta dalle relazioni più care.  Oggi ci viene chiesto di rispettare le distanze, lasciando insoddisfatto il bisogno di vicinanza emotiva e relazionale. Per compensare tale esigenza si può ricorrere al massiccio uso di social media, i quali consentono di esperire livelli di socializzazione, senso di appartenenza e solidarietà. Non sempre tutto ciò compensa il valore reale della vita sociale. E’ anche vero che il rapido mutare delle condizioni di vita ci impone l’adattamento. L’ impiego dei social media non vuol dire necessariamente rifiutare l’incontro con l’altro, confondere il reale con il virtuale o limitare la propria autenticità, ma implica il sostituire temporaneamente aspetti di condivisione per soddisfare esigenze relazionali.

LA SOLITUDINE E LE SUE VALENZE

La solitudine è un sentimento che appartiene a tutti noi, che si manifesta in molti aspetti della nostra vita. Al momento, le emozioni più immediate possono essere la paura di essere contagiati, di ammalarsi e di morire. Tali paure si avvertono maggiormente nella cornice della solitudine, se vissuta in modo cupo e desolato.

La solitudine può essere associata a sofferenza; nelle persone più fragili, espone al rischio di burn out o di psicopatologia.

Ma c’è anche un’altra valenza della solitudine. In essa coesiste una dimensione evolutiva: se integrata ed elaborata in modo armonico, può condurre alla crescita individuale.

Si realizza un cambiamento verso la maturazione nella misura in cui si coglie l’opportunità di vivere un certo periodo della propria vita concentrando le attenzioni su se stesso, osservando le proprie contraddizioni interne, sfidando la paura di restare soli, integrando le emozioni più “scomode”.  Si tratta di un’occasione di crescita personale, un’opportunità per realizzare una maggiore autoconsapevolezza al fine di attivare meccanismi di trasformazione.

In conclusione, la solitudine può essere associata a disperazione e isolamento. E’ necessario monitorare con attenzione lo stato emotivo di chi si chiude nel proprio disagio interiore e chiedere aiuto.

La solitudine ha anche una valenza evolutiva: contiene in sé anche la dimensione di forza e speranza. Può condurre ad una crescita creativa, una dimensione più completa ed intima del rapporto con se stessi.

“E c’è dell’oro credo, in questo tempo strano”

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Il periodo che stiamo vivendo in questi mesi costituisce, come afferma il prof. Guglielmo Gullotta, “un esperimento sociale tragico, inaspettato e per certi versi istruttivo”. Abbiamo assistito al fatto che il mondo intero si è rinchiuso in casa senza eccessive coercizioni se non fosse la terribile minaccia esterna dettata dalla pandemia. Abbiamo così rinunciato alle nostre certezze, “la nostra vita quotidiana fatta di rapporti interpersonali, viaggi, lavoro; questo indipendentemente dall’età, dal sesso, dal fatto di essere ricchi, poveri, famosi o sconosciuti”.
Di fronte ad un pericolo esterno comune, le persone tendono ad aggregarsi mettendo da parte i propri conflitti e le proprie divergenze, per affrontare uno stress così potente come quello che stiamo vivendo.

“Nove Marzo duemilaventi”
“Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.
Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Non c’era sforzo umano
che ci potesse bloccare.
(…)

Adesso siamo a casa.
È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.
Forse ci sono doni.
Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.
C’è un molto forte richiamo
della specie ora e come specie adesso
deve pensarsi ognuno. Un comune destino
ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.
O tutti quanti o nessuno.
È potente la terra. Viva per davvero.
(…)
Consideriamo
se non sia lei che muove.
Se la legge che tiene ben guidato
l’universo intero, se quanto accade mi chiedo
non sia piena espressione di quella legge
che governa anche noi – proprio come
ogni stella – ogni particella di cosmo.
(…)
Non siamo noi
che abbiamo fatto il cielo.
Una voce imponente, senza parola
ci dice ora di stare a casa, come bambini
che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,
e non avranno baci, non saranno abbracciati.
Ognuno dentro una frenata
che ci riporta indietro, forse nelle lentezze
delle antiche antenate, delle madri.
Guardare di più il cielo,
tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta
il pane. Guardare bene una faccia. Cantare
piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano
sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.
A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora –
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro”.
Poesia di Mariangela Gualtieri

Abbiamo vissuto un tempo lento, fermato dalla paura, e la paura oltre a frenarci, a metterci in discussione, ha in sé un’opportunità: aprirci la strada di un’avventura, ridisegnare le giornate, aiutarci a sentire, ascoltare, osservare, riscoprire la lentezza, semplicità, la bellezza, la pienezza del fare attraverso le mani.

Adesso, mentre ripartiamo dovremmo promettere a noi stessi di non dimenticare…
“Lì, nel fare gioioso del corpo”, aggiunge la poetessa, “c’è una meraviglia, un segreto che forse le nostre nonne conoscevano bene, forse le donne trovavano a volte in questo fare armonioso, una piccola libertà. Dovremo imparare a trovare nuovi modi di esprimere la nostra affettività, stando lontani”.
“Ci dovevamo fermare e non ci siamo riusciti”, mentre la natura canta, riprende i suoi spazi. Quasi a dirci che può fare a meno di noi, alludendo al nostro antropocentrismo. Aggiunge la poetessa in un’intervista (Espresso del 17 Maggio 2020): “Bisogna fare un giuramento. Impegnarsi con tutte le forze a non ripetere gli errori fatti. Ognuno dovrebbe promettere a se stesso, ai propri figli, alla terra, al cielo, un diverso comportamento. Si deve ricominciare da ciò che ci tiene in vita, aria acqua, cibo. Equilibrio tra noi e ciò che ci nutre. Un patto tra noi e gli altri, tra noi e la natura”.

Difatti, nel corso dei secoli l’uomo si è spesso ritenuto centro dell’Universo, sovrano della storia. I momenti critici tuttavia, gli ricordano la propria fragilità, la propria umanità.
Oggi più che mai, la nostra sopravvivenza minacciata , ci svela vulnerabili e imperfetti.
L’attacco del coronavirus abbatte la grande illusione di essere emancipati dalla Natura, dall’armonia con Essa, come se non ne facessimo parte. Ci ricorda l’essenziale. Ci riporta all’essenza, al valore della vita.

“Tutto intero contro il cielo”

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“Il nostro primogenito al suo primo anno di college arriva a casa all’una e mezza di notte il giorno del Ringraziamento accompagnato da un amico. Quando aveva chiamato per informarci che non sarebbe riuscito ad essere a casa per cena come avevamo sperato, ci eravamo sentiti tutti delusi e per un pò avevo sentito qualcosa di più forte della delusione. Lasciamo la porta aperta come d’accordo. Gli abbiamo detto di svegliarci al suo arrivo, ma non ce n’è bisogno. Lo sentiamo entrare. Malgrado i suoi tentativi di fare piano, la sua energia è esuberante, giovane, vitale. Sale di sopra. Lo chiamiamo, bisbigliando per non svegliare le sue sorelle. Lui entra nella nostra stanza buia. Ci abbracciamo. Poiché dormo accanto alla porta, sono io il più vicino a lui. Si sdraia sul mio petto e si protende a stringere entrambi con le braccia, ma soprattutto con tutto il suo essere. E’ felice di essere a casa. Rimane lì steso di traverso sul mio corpo, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ogni traccia di fastidio per l’ora tarda e di delusione perché non è arrivato per cena svanisce all’istante.
Sento la felicità irradiare da lui: non c’è nulla di troppo esuberante nè di eccessivo. Sembriamo vecchi amici che si ritrovano, e molto di più, è una sorta di celebrazione familiare. E’ a casa adesso qui nella stanza, al buio. Appartiene a questo posto. Il legame è palpabile tra noi tre. Una sensazione di gioia mi riempie il petto, insieme a una serie di immagini della mia vita con lui, catturate nella pienezza del momento. Questo enorme diciannovenne sdraiato sopra di me, che ho tenuto tra le mie braccia quanto più ho potuto, finché non si è divincolato ed è scappato nel mondo, anche adesso con la sua barba mal curata e la muscolatura possente è mio figlio. Io sono suo padre. Myla è sua madre, Lo sappiamo senza dirlo, immersi nelle nostre diverse felicità che ci uniscono” (Jon Kabat- Zinn, tratto da “Genitori consapevoli” di cui è coautore insieme alla moglie Mila)
Un’immagine nitida, un ricordo molto intimo associato ad un momento di ordinaria vita familiare che onora il legame tra un padre e un figlio.

“Esistono distanze infinite anche tra gli esseri umani più vicini”, come sosteneva Rilke. Se davvero accettassimo questo, per quanto terribile possa sembrare, si potrebbe vivere fianco a fianco in modo meraviglioso, rispettando quella distanza che ci consente di vedere l’altro “tutto intero contro il cielo”.

“SIAMO NATI PER EMOZIONARCI”

E.Hopper
(E.Hopper)

“Siamo nati per emozionarci” anche la scienza ce lo dice…
Le emozioni, ci accompagnano silenziosamente, altre volte, negate o rinnegate, urlano per farsi sentire.
Se solo potessimo fidarci di più, il nostro tempo sarebbe più ricco, le nostre scelte più complete, la nostra solitudine meno spaventosa, le nostre relazioni più autentiche, la nostra normalità meno noiosa.

http://www.iodonna.it/personaggi/interviste-gallery/2015/12/18/vittorio-gallese-lo-studioso-dei-neuroni-specchio-siamo-nati-per-emozionarci/

IMG_2289 (Alice/ Bansky)

A te, che leggi queste poche parole, ti avvicini timidamente al Natale sentendo il peso di una mancata presenza a te stesso, felice ma non proprio.
Forse arrabbiato con qualcuno che deludendoti, non ha saputo sceglierti tra tanti, o disorientato perché qualcuno è andato via, non potendo scegliere di restare, o forse sei solo, pur essendo tra tanti che, intorno a te appaiono sfocati nei contorni di una quotidianità fatta di distanze e assenze.
Con fiducia puoi regalarti presenza, ripartire da te, investire in te e garantirti il dono più importante qui, ora.
A chi puó darsi opportunità. Ai miei clienti, ai miei utenti, grazie.

Aver cura di te

IMG_1588Nella vita, si può accompagnare un figlio con attenzione a premura, nonostante i limiti, nonostante la morte. Gesti semplici che segnano il tempo, comunicano presenza, rassicurano, offrono opportunità.
Questa storia ne è la commovente testimonianza.

http://www.corriere.it/caffe-gramellini/17_settembre_29/avro-cura-te-9fab7dea-a554-11e7-ac7b-c4dea2ad0535_amp.html

Uno spaccato di vita familiare: le liti e i bisogni dei figli

“Anche libero va bene” il film

  • “Anche libero va bene”, film

 

Non si può rimanere indifferenti di fronte agli occhi sgranati di un bambino che osserva basito, rassegnato e impotente, le liti, le accuse, le ingiurie di un genitore contro l’altro.

Non si può rimanere indifferenti di fronte al silenzio di un figlio che vede il proprio genitore arrendersi alle proprie fragilità. Lentamente, rischia di morire la sua fiducia, le sue speranze, la sicurezza, nei confronti degli altri e di se stesso.

Ci sono momenti in cui la famiglia attraversa una crisi… con i suoi errori, i suoi tentativi di ricucire strappi, le sue umanità disperate, i suoi vuoti incolmabili e i suoi sentimenti, intensi, incontrollabili.

Questa scena tratta dal film “Anche libero va bene” (2006) diretto da Kim Rossi Stuart, descrive uno spaccato di vita familiare, in cui divampa il conflitto. Racconta di come “gli adulti rischiano di commettere errori molto più grandi e gravi di quanto non facciano i cosiddetti piccoli”, (Kim Rossi Stuart, 2006) esponendo i figli ad una precoce assunzione di responsabilità.

Tommi ha undici anni e vive a Roma con la sorella Viola, poco più grande di lui, e il padre Renato. Nonostante l’assenza di una figura materna, i tre riescono a tirare avanti superando difficoltà di vario genere. Il ritorno improvviso di Stefania, la madre, che scopriamo più volte aver abbandonato la famiglia, riapre laceranti conflitti e antiche ferite. Tommi, che ha sedimentato una forte diffidenza nei suoi confronti, le resiste, mentre, contemporaneamente, vede sgretolarsi l’immagine mitica del padre, tramutandosi in quella di un uomo, con le sue fragilità.

A volte nelle separazioni conflittuali, anche altri bambini come Tommi, assistono impotenti, al crollo delle proprie certezze, spesso soffrendo in silenzio. Sperano di essere visti e protetti nonostante tutto, nella speranza di una rinnovata serenità.

“Perché non tornate insieme?”

“Ho paura di rimanere solo”

“Ho sempre mal di pancia”

“Non voglio cambiare casa”

“Come sarà il mio futuro?”

“Perché litigano sempre?”

“Cosa penseranno di me le maestre e i miei amici?”

Sono solo alcune delle tante domande, che occupano la mente dei figli, mentre fanno i conti con una obbligata perdita di serenità; possono vivere emozioni particolarmente intense nel silenzio della propria solitudine (tristezza, angoscia, confusione, rabbia, timore, paura, confusione) all’ ombra di un conflitto che annulla ogni possibilità di essere visti, riconosciuti, accolti.

I figli hanno bisogno di essere ascoltati, di essere informati, di essere rassicurati. Ma soprattutto, hanno bisogno di continuare ad accedere ai due genitori e alle relative famiglie d’origine. Per i bambini è importante poter “mettere parola” (F. Dolto,1985) sull’ esperienza vissuta; poter condividere con gli altri ciò che vivono e ciò che pensano della vicenda del divorzio dei propri genitori alla ricerca di strategie buone per vivere questa transizione familiare complessa (Scabini & Cigoli, 2000; 2012).

E’ dunque importante per loro, poter recuperare e/o rafforzare quel sentimento di appartenenza al nucleo familiare e alle stirpi paterna e materna, che può essere compromesso per la crisi della coppia (Tamanza & Marzotto, 2010).

Anche durante le crisi familiari, come la separazione o l’allontanamento di un genitore, è importante continuare a garantire una comunicazione centrata sul bambino usando alcune piccole ma importanti attenzioni:

  • rassicurare i bambini che entrambi i genitori continuano a volergli bene;
  • spiegare loro, quello che sta accadendo e parlare di quello che si prova;
  • adattare la comunicazione all’ età dei bambini;
  • essere consapevoli del proprio linguaggio non verbale;
  • utilizzare una comunicazione il più possibile breve e mirata;
  • Incoraggiare i bambini a fare domande ed essere disponibili ad accogliere i loro interrogativi anche in momenti successivi.

Come genitori, come professionisti della relazione d’aiuto, abbiamo la responsabilità di  continuare a focalizzarci sui bisogni dei figli in crescita.

Nonostante le crisi personali e relazionali, si può continuare a sostenere la loro fiducia, ponendosi come riferimenti sicuri a cui affidarsi.

 

Aver cura della propria esperienza

Per molto tempo mi era sembrato che la vita, la vita reale, stesse per cominciare. Ma c’era sempre qualche ostacolo lungo il percorso, una prova da superare, una questione irrisolta, del tempo da dedicare a qualcos’altro, un debito da pagare. Poi la vita sarebbe cominciata: Alla fine ho capito che questi ostacoli erano la mia vita” (Tratto da “A Jennifer con amore” di James Patternson)

E ho iniziato a vivere i miei giorni come se fossero tutti ugualmente importanti.

Un tempo però banalizzavo le abitudini, e senza rendermene conto lasciavo scorrere il mio tempo aspettando un futuro che inseguivo ardentemente, che mai arrivava. Iniziavo a diventare impaziente nell’ attesa, poi insoddisfatta, poi delusa, poi triste, con la sensazione di non avere memorie, né momenti da salvare in cui trovare rifugio e conforto.

Sentivo correr via il mio tempo senza poter fermare attimi e sensazioni. Lasciavo svanire la mia storia nell’oblio, nella noia, nell’assenza: una sensazione di impotenza e di profonda delusione per ciò che ero diventata, arida, povera, chiusa, illusa e delusa nell’aspettativa di rincorrere un ideale che, illusoriamente, sembrava nascondere il segreto della mia felicità.

Stranamente però, non raggiungevo mai quella sensazione di pace e di piena soddisfazione; un misto di angoscia e impazienza  occupava i miei spazi, mente divenivo sempre più insofferente alla mia insofferenza.

Poi ad un tratto ho iniziato ad aver paura di perdermi e impercettibilmente, senza rendermene conto,  a desiderare presenza, la mia.

Accettare e ascoltare: parole che continuano a risuonarmi nelle orecchie e nel cuore.

La più difficile conquista della mia vita, eppure la cosa migliore che potessi regalare a me stessa.  La mia salvezza è stata dunque l’esperienza di ascoltare la paura di non essere abbastanza, di non corrispondere all’ideale di me, di non avere una vita perfetta, e riconoscere in questa iniziale percezione di mancanza una reale opportunità. (Tratto dalla mia esperienza come persona e come terapeuta)

In fondo cosa siamo, se non la nostra storia, la nostra esperienza?

Questa, la chiave del cambiamento reale, un cambiamento possibile che passa attraverso l’esperienza e la fatica di accoglierla.

Diversamente, nell’inseguire acriticamente rigidi modelli di riferimento, rischiamo di offuscare la nostra storia in un tempo indefinito di oblio; rischiamo di perderci in sensazioni vuote o confuse da angoscia.

Aver fiducia nella propria esperienza e nella propria capacità di essere presenti a se stessi, è un obiettivo non facile da raggiungere quando si è abituati a  giudicare il valore personale, unicamente sulla base dei successi. Troppo spesso, affrontiamo  la vita sottoponendoci al vaglio del giudizio proprio e altrui sulla base dei risultati ottenuti. Ma rischiamo  di dimenticare il valore imprescindibile di sé, al di là degli errori, degli sbagli, degli intoppi, dei rallentamenti, dei propri limiti.

Due frasi di Rogers continuano ad orientare la mia crescita personale e professionale: “Tutto quello che sono è sufficiente, se solo riesco ad esserlo” (Carl Rogers, Potere Personale) e “L’esperienza è per me la maggior autorità”. (Carl Rogers, La terapia centrata sul cliente)

– Una tendenza positiva:

Esiste nell’essere umano una forza essenzialmente positiva, che Rogers chiama tendenza attualizzante. L’uomo possiede dunque una energia che, quando non viene ostacolata, lo spinge naturalmente verso ciò che è il suo bene.

La psicoterapia ha la funzione di facilitare il cambiamento  e consentire a questa forza di operare in direzione dell’autorealizzazione personale. Si tratta di una tendenza che ha bisogno di un contesto di relazioni umane positive per poter funzionare e che tende a preservare la vita, a difendere dalla minaccia, a orientare verso la crescita e attualizzare le proprie potenzialità.

Il comportamento della persona è motivato dalla tendenza attualizzante perché esprime il tentativo di soddisfare i bisogni così come sono vissuti: quando la persona sente un bisogno, percepisce una tensione verso la soddisfazione. In quest’ottica, le emozioni, rappresentano la chiave di accesso alla persona, perché indicano la strada per accedere ai bisogni.

L’essere umano è considerato come un “agente di scelte, libero e responsabile”, la sua natura è positiva, degna di fiducia e razionale, quando la persona vive in accordo con essa.

Se la persona ha un “concetto di sé” realistico, cioè se c’è corrispondenza tra le qualità che pensa di possedere e quelle che realmente possiede, sarà congruente e potrà svilupparsi in modo autonomo e soddisfacente.

Ogni essere umano vive immerso nell’ esperienza in continuo cambiamento, di cui è il centro. L’esperienza o “campo fenomenico”, è il mondo privato della persona e comprende tutto ciò che vive in un dato momento, ne consegue che la persona reagisce non alla realtà, ma a come la vive internamente. Questo mondo privato, può essere conosciuto fino in fondo solo dalla persona stessa; da qui la convinzione che il terapeuta può facilitare la consapevolezza nel cliente, non sostituirsi a lui.

– il concetto di sè:

Rogers, spiega non solo come si forma la personalità, ma anche come nascono il disadattamento e il disturbo psichico. Per Rogers, il concetto di sé si forma nell’infanzia. Il bambino piccolo, sin dalla nascita,  sceglie o rifiuta le esperienze,  in rapporto al modo in cui possono agevolare o ostacolare le esigenze dell’organismo.  Inizialmente il bambino non è in grado di distinguere tra ciò che è “Io” da ciò che non lo è, solo in seguito, quando inizia a differenziarsi, si forma gradualmente il “concetto di sé”, che consiste nella percezione di sé, del sé in relazione agli altri e ai valori legati a tali percezioni.

Tuttavia, lo sviluppo del sé è determinato significativamente dalle valutazioni altrui, poiché si instaura un processo mediante il quale il bambino sente un forte bisogno di considerazione positiva rispetto alle persone significative. Se i genitori assicurano amore, stima, sicurezza e considerazione incondizionata, il suo “concetto di sé” si baserà sull’esperienza in modo libero e autonomo, nel senso che le esperienze saranno vissute coerentemente al “concetto di sé” e ai bisogni percepiti. La tendenza attualizzante guiderà il bambino e poi l’adulto verso la piena autorealizzazione. Se, viceversa, la considerazione positiva viene offerta in modo condizionato, al punto che il bambino percepisce il messaggio “Ti amo a condizione che tu…(come ti voglio)”, il bambino (che è bisognoso di tale considerazione), interiorizzerà  valori, mete, modi di essere incongruenti con la propria valutazione organismica. In questo modo il “concetto di sé” si formerà su basi esterne e rigide e le esperienze verranno  selezionate o distorte pur di mantenere la coerenza interna, esse non fluiranno più liberamente in accordo con l’organismo e con la tendenza attualizzante.

Difatti, quando la rottura tra il concetto di sé e l’esperienza è troppo grande e le difese non svolgono più la loro funzione di protezione, nasce uno stato di incoerenza interna e il disagio psicologico.

– la terapia:

Uno degli obiettivi della terapia rogersiana è quello di risanare  la discrepanza fra il sé e l’esperienza, facilitando nella persona la capacità di riappropriarsi dei propri vissuti, negati pur di gratificare il bisogno di accettazione positiva incondizionata. Per fare questo il terapeuta crea un clima di fiducia e di assenza di giudizio. Gli strumenti terapeutici considerati da Rogers come necessari e sufficienti a garantire una modificazione della personalità sono l’empatia, la considerazione positiva incondizionata e la congruenza. La congruenza è una condizione di consapevolezza e totale apertura del terapeuta alla propria esperienza, a tutto ciò che in ogni momento si affaccia alla sua coscienza ed è pronto a comunicarlo, se rilevante per il cliente. L’accettazione positiva incondizionata è una condizione di profondo rispetto verso il cliente priva di giudizi di valore; è la capacità del terapeuta di accettare l’altro senza giudizi, anche se possiede valori e una visione del mondo fortemente diversa; è la capacità di non giudicare ma di accogliere l’altro come persona. L’empatia è la capacità del terapeuta di comprendere il cliente immedesimandosi nel suo mondo come se fosse il proprio. Sentire l’ira, la paura, l’odio, il turbamento dell’altro senza aggiungervi la propria.

– il cambiamento:

Un sano cambiamento terapeutico consente alla persona di liberarsi dalla tensione interiore e dall’ansia, di avere un concetto di sé più realistico, di adattarsi efficacemente alla realtà, di acquisire un sistema di valori profondamente radicato in sé e nella propria esperienza. La psicoterapia consente alla persona di riacquisire la capacità di essere in contatto con i propri bisogni, e con ciò il potere di fare delle scelte che siano profondamente e autenticamente sue. Il processo di cambiamento, inoltre  consente al cliente di percepire se stesso in modo più funzionale, come persona con più valore e più capacità di affrontare la vita. In tal modo,  la persona tenderà  a fondare i propri criteri di valutazione all’interno e non all’esterno, a considerare le esperienze come positive o negative in funzione di una valutazione interna. Inizierà  porre le basi della propria libertà e responsabilità.

La vita:

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la psicoterapia: una prospettiva di cambiamento

flying-seagull-1635494Si può cambiare con la parola? Si può guarire con farmaci? I pareri al riguardo sono discordanti. Alcuni modelli diffusi nella società ci dicono come dovremmo essere: dovremmo essere efficaci in ogni circostanza, non chiedere mai aiuto, non sbagliare mai, trovare la soluzione migliore nel minor tempo possibile. Si propongono guarigioni rapide: esiste una pillola per l’obesità, per la magrezza, per l’impotenza, ma ci si chiede se è realmente così anche per timidezza, insicurezza, ansia, tristezza, depressione, insonnia. Ci si chiede se basta davvero un farmaco per sconfiggere ansia e depressione con effetti duraturi nel tempo, come credono alcuni, convinti di poter assoggettare la mente al corpo.

Tuttavia, nella realtà non si può artificialmente operare una tale separazione: l’uomo è un essere complesso e irriducibile ad un insieme di muscoli e collegamenti nervosi, per questo occuparsi di mente e di corpo contemporaneamente rende rispetto alla complessità della natura umana.

La psicoterapia ha la funzione di aiutare la persona a realizzare il cambiamento, ad aumentare la propria consapevolezza, a sviluppare potere personale; il farmaco ha la funzione di attenuare la sintomatologia presentata dalla persona. Ciò che può funzionare realmente, non è certo una politica di esclusione reciproca, ma un’integrazione reale tra i due approcci alla natura umana, a fronte di una reale necessità.

Una definizione abbastanza neutrale della psicoterapia, che non tiene conto delle specificità di ogni scuola di pensiero, la descrive come un Incontro tra terapeuta e paziente/cliente, in cui si assume che il cliente sia bisognoso di aiuto e richieda cura o cambiamento, mentre il terapeuta possieda determinate qualità personali e un bagaglio di conoscenze, che utilizza per aiutare a produrre un cambiamento.

La relazione terapeutica, secondo Rogers è la chiave di accesso al cambiamento ed è caratterizzata da aspetti essenziali come il rispetto profondo per l’unicità della persona e della sua esperienza, una comprensione empatica non giudicante, accettazione positiva incondizionata e congruenza: ingredienti essenziali a garantire un clima terapeutico di libertà e sicurezza.

Ogni forma di psicoterapia, differisce per via dei concetti teorici, della visione della natura umana, del cambiamento e delle tecniche psicoterapeutiche, ma è possibile rintracciare alcuni approcci principali: psicoanalitico, cognitivo- comportamentale, umanistico e sistemico.

Nonostante i metodi terapeutici siano andati moltiplicandosi, a partire dalla fondazione della psicoanalisi, numerose ricerche scientifiche sull’ efficacia della psicoterapia hanno evidenziato alcuni dati fondamentali:

— nessun approccio terapeutico può vantare risultati positivi significativamente maggiori rispetto agli altri

— l’efficacia di un approccio terapeutico è dovuto, non tanto alle tecniche specifiche tipiche di ogni singolo metodo, quanto alla presenza di alcuni fattori comuni a ciascuno di essi

Si evidenzia l’ipotesi che il cambiamento terapeutico non sia dovuto direttamente all’uso di tecniche specifiche che caratterizzano un trattamento, (i cosiddetti fattori terapeutici specifici), ma alla presenza di fattori terapeutici comuni a diversi approcci, dei quali la ricerca ne ha individuati alcuni:

1) intensa esperienza affettiva: la possibilità di vivere una relazione emotiva molto forte, basata sulla fiducia e sulla sensazione di essere accettati incondizionatamente e compresi in maniera empatica. I terapeuti cioè mostrano interesse per il benessere del paziente ed incoraggiano la creazione di una relazione emotiva di fiducia e comunicazione

2) riorganizzazione cognitiva: il terapeuta facilita l’acquisizione di schemi mentali e nuovi modi di percepire sé stessi e la realtà

3) regolazione del comportamento: l’abbandono di inadeguati comportamenti e l’apprendimento di modalità più funzionali

4) contesto terapeutico (setting): l’esistenza di un ambiente sicuro, socialmente riconosciuto e protetto dal terapeuta che facilita il cambiamento

5) modello terapeutico: un orientamento teorico-pratico condiviso e accettato dal paziente e dal terapeuta

Grazie a queste ricerche, le rigide contrapposizioni esistenti in passato tra i vari metodi hanno lasciato spazio ad un maggior confronto e integrazione reciproca.

Ogni forma di psicoterapia custodisce una chiave di accesso alla persona attraverso l’inconscio, il pensiero, le emozioni, le percezioni, il comportamento, il corpo, le relazioni.

Oggi, grazie alla maggior fruibilità di informazioni, la persona che si avvicina al mondo della psicoterapia potrà fare scelte più consapevoli e congruenti rispetto alle proprie necessità o al proprio modo di essere, sentire e vivere.

La decisione di chiedere “aiuto” merita il più profondo riconoscimento e rispetto, perché porta con sé la sofferenza intima e purtroppo a volte la vergogna, per non essere capaci di farcela da soli, ma ha anche il valore di un’opportunità di cambiamento e di crescita oltre che di rinnovata esperienza di fiducia e speranza.

 

Mancarsi

mancarsi

 

“Mancarsi” è un libro che ti tocca e puoi scegliere fino a che punto ti appartenga fino in fondo. Colpisce per la schiettezza e la capacità dell’autore di porre il focus su ciò che non ti aspetti.

Stupisce perché arriva subito al dunque. Poi, per confermare distrattamente  l’essenziale, narra di due anime mancanti che anelano ad incontrarsi senza conoscersi, spinte dalla certezza che sapranno riconoscersi, ritrovandosi l’una negli occhi dell’altra.

[… La qualità etiche ed anche quelle estetiche non c’entrano poi molto con i legami che si stringono per anni, le case, i figli, tutti gli investimenti collaterali (non c’entrano neanche con le separazioni in fondo) e quando ce lo domandiamo (ma tu perché mi ami?) e stiamo a sentire la risposta, rimaniamo per forza un pò delusi, quasi vorremmo replicare: “Dai che puoi fare di meglio, dimmi chi sono”, perché non è di semplici complimenti, per quanto sinceri che in quel momento andiamo alla ricerca ma di qualcosa di più intimamente effimero che ci descriva nell’immaginazione dell’altro.

Vogliamo che la persona che amiamo ci dica di essersi innamorata di noi, perché un giorno senza neanche pensarci, l’abbiamo toccata in un punto in cui non sapeva di essere sensibile, come certe carezze che arrivano molto in fondo per conto loro.

“Ti amo perché ti gratti il polso in quel modo tutto tuo”, questo vorremmo sentire piuttosto che: “Ti amo perché sei generoso e affidabile”.

C’innamoriamo di minuzie, di riflessi in cui vediamo l’altra persona come pensiamo che nessuno l’abbia mai vista e mai la potrà vedere e custodiamo questi attimi di unicità in forma di immagine, anche se negli anni sbiadisce; ma è a quell’immagine che chiediamo aiuto quando il nostro sentimento vacilla e dubitiamo di amare, allora la richiamiamo, e ci basta (quando ancora l’immagine è viva) ritrovare quel modo di bere a canna, tenendo la bottiglia distante dalle labbra, perché l’amore torni ad insinuarsi e si riaccenda, rimettendo a posto le cose, disponendole intorno a noi nell’ordine rassicurante in cui ci siamo abituati a vivere, e ci lasci dove siamo, reprimendo di schianto i progetti di fuga a cui avevamo già cominciato a lavorare.] (Diego De Silva)

Questo, il senso più concreto dei legami fatto di immagini custodite gelosamente dentro di sé.


dicembre: 2020
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