Il disturbo Borderline di Personalità: Tra impulsività e instabilità

Storicamente, nello studio della psicopatologia, si fa riferimento al termine borderline per descrivere un’ “area di confine” tra la sintomatologia nevrotica (ad esempio, problemi di ansia e depressione) e quella psicotica (pseudoallucinazioni, idee di riferimento, ideazione paranoide e dissociazione).

Le persone con disturbo borderline di personalità (DBP) tendono a sperimentare emozioni e stati d’animo estremamente intensi che possono cambiare in modo rapido e improvviso. Generalmente, mostrano difficoltà a tollerare lo stress o calmarsi quando si sentono in balia di emozioni negative come rabbia, tristezza, ansia, frustrazione, ecc. Di conseguenza, in queste persone sono frequenti scoppi di rabbia e comportamenti impulsivi come l’abuso di sostanze, rapporti sessuali a rischio, autolesionismo, shopping compulsivo, binge eating (abbuffate incontrollate) e tentativi di suicidio.

Le parole chiave per questo disturbo sono “impulsività e instabilità”. Difatti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo definisce Disturbo dell’Instabilità Emotiva di Personalità (Emotionally Unstable Personality Disorder, EUPD).

Tra i disturbi di personalità, il disturbo borderline è quello che giunge più comunemente all’osservazione clinica. Colpisce l’1,1%-2,5% della popolazione generale adulta, interessando principalmente il sesso femminile (70%) con enormi costi sociali, comparabili alla schizofrenia. L’esordio avviene in adolescenza o nella prima età adulta. La prevalenza del disturbo è molto più elevata in popolazioni cliniche, sia di pazienti ambulatoriali (9.3%) che ospedalizzati (20%).

Vi è un alto rischio suicidario, superiore di 50 volte rispetto alla popolazione generale. Per via degli scoppi d’ira, i comportamenti auto ed etero distruttivi e i cambiamenti d’umore, le persone con disturbo borderline di personalità tendono ad avere relazioni interpersonali disfunzionali. Possono essere considerate ” “faticose” da gestire da parte di parenti, amici e colleghi.

Molte persone con disturbo borderline di personalità sono intelligenti, ma a causa del disturbo non riescono ad autorealizzarsi, molti hanno problemi a completare gli studi o a trovare e mantenere stabilmente un lavoro soddisfacente e all’altezza delle loro potenzialità.

Appaiono instabili nelle relazioni, temono l’abbandono, oscillano tra idealizzazione e svalutazione delle relazioni sentimentali ed amicali. Compiono sforzi disperati per evitare un reale o immaginario abbandono. Sono comuni, crisi relazionali, generalmente più frequenti e intense dei normali alti e bassi con compagni, amici e colleghi. Molti pazienti si ritrovano ripetutamente in relazioni instabili ed intense ma generalmente poco sane e soddisfacenti, con un atteggiamento che oscilla tra bisognoso e rifiutante, e manifestazioni di aggressività e sottomissione.

Anche l’immagine di sé è instabile in modo persistente e marcato.

La maggior parte dei pazienti si fa del male (60-70%) e spesso abusa di sostanze come forma di “auto-medicamento”, cioè nel tentativo di regolare l’umore disforico, le intense emozioni negative e i cronici sentimenti di vuoto. Come spesso accade con i disturbi di personalità, il disturbo borderline può essere ego sintonico, poiché i tratti di personalità problematici hanno un esordio precoce e fanno parte del modo abituale di sentire, pensare e relazionarsi, la persona può far fatica a riconoscere le proprie difficoltà. Molti cercano aiuto a causa di disturbi associati come ansia, depressione, disturbi alimentari, dipendenza da sostanze.

Il disturbo borderline si presenta spesso in comorbidità con altri disturbi, tra cui il disturbo bipolare, gravi forme di depressione, disturbi psicotici, abuso di sostanze, bulimia nervosa, anoressia nervosa, binge-eating, disturbo di deficit da attenzione/iperattività (ADHD).

Ai miei cari, ai miei clienti, agli utenti che incontro ogni giorno

“Di tutto restano tre cose: la certezza che stiamo sempre iniziando, la certezza che abbiamo bisogno di continuare, la certezza che saremo interrotti prima di finire.
Pertanto, dobbiamo fare dell’interruzione un nuovo cammino, della caduta un passo di danza, della paura una scala, del sogno un ponte, del bisogno un incontro.”
tratto da un’opera teatrale di Fernando Sabino, scrittore brasiliano
(erroneamente attribuita a Fernando Pessoa)

La nostra esperienza possa insegnarci che la perfezione è solo un ideale, che i sogni sono preziosi alleati, che gli errori sono amici, che accettando la nostra umanità possiamo sviluppare un potenziale trasformativo.

Dott.ssa Valeria Papa, psicologa psicoterapeuta, valeriapapa@yahoo.it, +39 3932281924

Bansky, Girl with Ballon, 2004

Dalla crisi all’opportunità

“Liberati dalle preoccupazioni, pensa a chi ha creato il pensiero! Perché te ne rimani in prigione quando la porta è spalancata? Esci dall’intrico della paura di pensare. Vivi in silenzio. Scivola giù, giù negli anelli dell’essere che si aprono.” RUMI

E’ ormai diffuso un senso di stanchezza, di preoccupazione, un intreccio di emozioni molteplici che scivolano nella quotidianità. Il clima di preoccupazione che ci circonda ormai da mesi, ha un impatto sul nostro modo di vivere e di sentire. Basta poco a farci precipitare nello sconforto, piccoli particolari che in condizioni di normalità passerebbero inosservati: una fila inaspettata, un dolce riuscito male, il pianto di nostro figlio, una caduta. E’ indubbio che il modello precedente di vivere le nostre abitudini, sia stato messo in crisi dall’impatto del virus, e dai necessari cambiamenti occorsi.

Ma quale futuro ci aspetta? C’è chi pensa che tutto cambierà, chi invece pensa che resterà tutto uguale, anzi che peggiorerà. Sembra che sia connaturato nella natura umana, dimenticare le tragedie passate per riprendere la vita di sempre, coerentemente con l’istinto di sopravvivenza e lo spirito di adattamento.

In effetti, non sappiamo come andrà, ma il nostro libero arbitrio farà la differenza: sceglieremo di essere più umani o disumani? più liberi o controllati? più aperti o più introversi? Più capaci di vivere il presente o più bloccati tra passato e futuro?

In ogni momento le nostre scelte fanno la differenza. A volte ci rendiamo conto, nonostante i nostri sforzi, di non poter cambiare il corso di alcuni eventi. Ma non abbiamo idea di quanto il nostro atteggiamento possa fare la differenza.

Noi non lo sappiamo, nessuno ce lo ricorda, spesso lo dimentichiamo: possiamo scegliere con quale atteggiamento affrontare la vita.

“Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla” – Martin Luther King

Possiamo scegliere “un senso” che ci salvi nei momenti difficili.

Persi nella routine di una quotidianità che ci avvolge, ci seduce, ci offre conforto, attiviamo il pilota automatico, senza soffermarci sui segnali che il nostro corpo ci invia, sulle emozioni, sui bisogni e desideri più nascosti. Inconsapevolmente perdiamo pezzi di consapevolezza, mostrando a noi stessi la stessa faccia, le stesse certezze.

Inaspettatamente, la crisi crea una straordinaria rottura nella routine quotidiana, per quanto ci spaventi. La crisi, ha in sé anche un’opportunità. La parola “crisi” (dal lat. crisis, gr. κρίσις «scelta, decisione, fase decisiva di una malattia», der. di κρίνω «distinguere, giudicare») riconduce al significato di scelta. “Crisi”, non ha un’accezione negativa, ma custodisce nella sua derivazione, il significato di una scelta, il valore di un’opportunità di cambiamento. Cogliere dalla crisi un’opportunità, vuol dire abbandonare la pretesa di controllare noi e gli altri. Vuol dire, cogliere il rischio di abbandonare certezze note per accogliere il nuovo.

Senza crisi non può esserci cambiamento. Senza cambiamento non può esserci sfida. Senza sfida, la vita rischia di appiattirsi in abitudini e routine che limitano entusiasmi, stupori, passioni, emozioni. Già anticamente Epitteto asseriva che i fatti non sono di per sé, né postivi, né negativi. Sta a noi interpretarli. Aggiunge inoltre che quanto più sceglieremo una lettura positiva dei fatti, tanto più ci avvicineremo alla verità.

Poter scegliere come vivere, con quale atteggiamento affrontare gli eventi della vita : con questa libertà interiore, tutto è possibile.

Dott.ssa Valeria Papa

Psicologa, psicoterapeuta

L’ESPERIENZA DELLA SOLITUDINE

La luna: un'immagine suggestiva del corto di Enrico Casarosa

La quarantena, tuttora costringe molte persone a rimanere a lungo, da sole in casa. Ciò fa emergere la differenza tra ESSERE REALMENTE SOLI E SENTIRSI SOLI.

La solitudine è un concetto complesso, può essere definita, in generale, come privazione di socialità, di assenza di relazioni. Ciascuno di noi può farne esperienza.

Nel pensare alla solitudine può venire in mente una condizione oggettiva di assenza di contatti umani, di legami significativi. Purtuttavia sentirsi soli può appartenere alla dimensione soggettiva della solitudine. Si è soggettivamente soli quando, pur trovandosi in mezzo agli altri, si vive un sentimento pervasivo di distacco e lontananza dagli altri, di disagio relazionale.

DISTANZIAMENTO SOCIALE E SOLITUDINE

Il distanziamento sociale e le restrizioni adottate per contenere i contagi da coronavirus, possono portare ad una dimensione di solitudine. Difatti viene meno la libertà di scelta nel relazionarsi al mondo esterno. L’attenzione prevalente al proprio mondo interno, può amplificare l’assenza, evidenziando la sensazione di sentirsi soli. Il rapporto prevalente con se stessi può essere vissuto con sofferenza. Ciò è stato vero durante il lockdown, è vero tuttora, con questo graduale, discontinuo ritorno alla normalità, finché si insisterà sulle misure necessarie di distanziamento sociale. Solitamente nei momenti di difficoltà ci rifugiamo nella protezione offerta dalle relazioni più care.  Oggi ci viene chiesto di rispettare le distanze, lasciando insoddisfatto il bisogno di vicinanza emotiva e relazionale. Per compensare tale esigenza si può ricorrere al massiccio uso di social media, i quali consentono di esperire livelli di socializzazione, senso di appartenenza e solidarietà. Non sempre tutto ciò compensa il valore reale della vita sociale. E’ anche vero che il rapido mutare delle condizioni di vita ci impone l’adattamento. L’ impiego dei social media non vuol dire necessariamente rifiutare l’incontro con l’altro, confondere il reale con il virtuale o limitare la propria autenticità, ma implica il sostituire temporaneamente aspetti di condivisione per soddisfare esigenze relazionali.

LA SOLITUDINE E LE SUE VALENZE

La solitudine è un sentimento che appartiene a tutti noi, che si manifesta in molti aspetti della nostra vita. Al momento, le emozioni più immediate possono essere la paura di essere contagiati, di ammalarsi e di morire. Tali paure si avvertono maggiormente nella cornice della solitudine, se vissuta in modo cupo e desolato.

La solitudine può essere associata a sofferenza; nelle persone più fragili, espone al rischio di burn out o di psicopatologia.

Ma c’è anche un’altra valenza della solitudine. In essa coesiste una dimensione evolutiva: se integrata ed elaborata in modo armonico, può condurre alla crescita individuale.

Si realizza un cambiamento verso la maturazione nella misura in cui si coglie l’opportunità di vivere un certo periodo della propria vita concentrando le attenzioni su se stesso, osservando le proprie contraddizioni interne, sfidando la paura di restare soli, integrando le emozioni più “scomode”.  Si tratta di un’occasione di crescita personale, un’opportunità per realizzare una maggiore autoconsapevolezza al fine di attivare meccanismi di trasformazione.

In conclusione, la solitudine può essere associata a disperazione e isolamento. E’ necessario monitorare con attenzione lo stato emotivo di chi si chiude nel proprio disagio interiore e chiedere aiuto.

La solitudine ha anche una valenza evolutiva: contiene in sé anche la dimensione di forza e speranza. Può condurre ad una crescita creativa, una dimensione più completa ed intima del rapporto con se stessi.

“E c’è dell’oro credo, in questo tempo strano”

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Il periodo che stiamo vivendo in questi mesi costituisce, come afferma il prof. Guglielmo Gullotta, “un esperimento sociale tragico, inaspettato e per certi versi istruttivo”. Abbiamo assistito al fatto che il mondo intero si è rinchiuso in casa senza eccessive coercizioni se non fosse la terribile minaccia esterna dettata dalla pandemia. Abbiamo così rinunciato alle nostre certezze, “la nostra vita quotidiana fatta di rapporti interpersonali, viaggi, lavoro; questo indipendentemente dall’età, dal sesso, dal fatto di essere ricchi, poveri, famosi o sconosciuti”.
Di fronte ad un pericolo esterno comune, le persone tendono ad aggregarsi mettendo da parte i propri conflitti e le proprie divergenze, per affrontare uno stress così potente come quello che stiamo vivendo.

“Nove Marzo duemilaventi”
“Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.
Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Non c’era sforzo umano
che ci potesse bloccare.
(…)

Adesso siamo a casa.
È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.
Forse ci sono doni.
Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.
C’è un molto forte richiamo
della specie ora e come specie adesso
deve pensarsi ognuno. Un comune destino
ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.
O tutti quanti o nessuno.
È potente la terra. Viva per davvero.
(…)
Consideriamo
se non sia lei che muove.
Se la legge che tiene ben guidato
l’universo intero, se quanto accade mi chiedo
non sia piena espressione di quella legge
che governa anche noi – proprio come
ogni stella – ogni particella di cosmo.
(…)
Non siamo noi
che abbiamo fatto il cielo.
Una voce imponente, senza parola
ci dice ora di stare a casa, come bambini
che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,
e non avranno baci, non saranno abbracciati.
Ognuno dentro una frenata
che ci riporta indietro, forse nelle lentezze
delle antiche antenate, delle madri.
Guardare di più il cielo,
tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta
il pane. Guardare bene una faccia. Cantare
piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano
sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.
A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora –
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro”.
Poesia di Mariangela Gualtieri

Abbiamo vissuto un tempo lento, fermato dalla paura, e la paura oltre a frenarci, a metterci in discussione, ha in sé un’opportunità: aprirci la strada di un’avventura, ridisegnare le giornate, aiutarci a sentire, ascoltare, osservare, riscoprire la lentezza, semplicità, la bellezza, la pienezza del fare attraverso le mani.

Adesso, mentre ripartiamo dovremmo promettere a noi stessi di non dimenticare…
“Lì, nel fare gioioso del corpo”, aggiunge la poetessa, “c’è una meraviglia, un segreto che forse le nostre nonne conoscevano bene, forse le donne trovavano a volte in questo fare armonioso, una piccola libertà. Dovremo imparare a trovare nuovi modi di esprimere la nostra affettività, stando lontani”.
“Ci dovevamo fermare e non ci siamo riusciti”, mentre la natura canta, riprende i suoi spazi. Quasi a dirci che può fare a meno di noi, alludendo al nostro antropocentrismo. Aggiunge la poetessa in un’intervista (Espresso del 17 Maggio 2020): “Bisogna fare un giuramento. Impegnarsi con tutte le forze a non ripetere gli errori fatti. Ognuno dovrebbe promettere a se stesso, ai propri figli, alla terra, al cielo, un diverso comportamento. Si deve ricominciare da ciò che ci tiene in vita, aria acqua, cibo. Equilibrio tra noi e ciò che ci nutre. Un patto tra noi e gli altri, tra noi e la natura”.

Difatti, nel corso dei secoli l’uomo si è spesso ritenuto centro dell’Universo, sovrano della storia. I momenti critici tuttavia, gli ricordano la propria fragilità, la propria umanità.
Oggi più che mai, la nostra sopravvivenza minacciata , ci svela vulnerabili e imperfetti.
L’attacco del coronavirus abbatte la grande illusione di essere emancipati dalla Natura, dall’armonia con Essa, come se non ne facessimo parte. Ci ricorda l’essenziale. Ci riporta all’essenza, al valore della vita.

“Tutto intero contro il cielo”

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“Il nostro primogenito al suo primo anno di college arriva a casa all’una e mezza di notte il giorno del Ringraziamento accompagnato da un amico. Quando aveva chiamato per informarci che non sarebbe riuscito ad essere a casa per cena come avevamo sperato, ci eravamo sentiti tutti delusi e per un pò avevo sentito qualcosa di più forte della delusione. Lasciamo la porta aperta come d’accordo. Gli abbiamo detto di svegliarci al suo arrivo, ma non ce n’è bisogno. Lo sentiamo entrare. Malgrado i suoi tentativi di fare piano, la sua energia è esuberante, giovane, vitale. Sale di sopra. Lo chiamiamo, bisbigliando per non svegliare le sue sorelle. Lui entra nella nostra stanza buia. Ci abbracciamo. Poiché dormo accanto alla porta, sono io il più vicino a lui. Si sdraia sul mio petto e si protende a stringere entrambi con le braccia, ma soprattutto con tutto il suo essere. E’ felice di essere a casa. Rimane lì steso di traverso sul mio corpo, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ogni traccia di fastidio per l’ora tarda e di delusione perché non è arrivato per cena svanisce all’istante.
Sento la felicità irradiare da lui: non c’è nulla di troppo esuberante nè di eccessivo. Sembriamo vecchi amici che si ritrovano, e molto di più, è una sorta di celebrazione familiare. E’ a casa adesso qui nella stanza, al buio. Appartiene a questo posto. Il legame è palpabile tra noi tre. Una sensazione di gioia mi riempie il petto, insieme a una serie di immagini della mia vita con lui, catturate nella pienezza del momento. Questo enorme diciannovenne sdraiato sopra di me, che ho tenuto tra le mie braccia quanto più ho potuto, finché non si è divincolato ed è scappato nel mondo, anche adesso con la sua barba mal curata e la muscolatura possente è mio figlio. Io sono suo padre. Myla è sua madre, Lo sappiamo senza dirlo, immersi nelle nostre diverse felicità che ci uniscono” (Jon Kabat- Zinn, tratto da “Genitori consapevoli” di cui è coautore insieme alla moglie Mila)
Un’immagine nitida, un ricordo molto intimo associato ad un momento di ordinaria vita familiare che onora il legame tra un padre e un figlio.

“Esistono distanze infinite anche tra gli esseri umani più vicini”, come sosteneva Rilke. Se davvero accettassimo questo, per quanto terribile possa sembrare, si potrebbe vivere fianco a fianco in modo meraviglioso, rispettando quella distanza che ci consente di vedere l’altro “tutto intero contro il cielo”.

“SIAMO NATI PER EMOZIONARCI”

E.Hopper
(E.Hopper)

“Siamo nati per emozionarci” anche la scienza ce lo dice…
Le emozioni, ci accompagnano silenziosamente, altre volte, negate o rinnegate, urlano per farsi sentire.
Se solo potessimo fidarci di più, il nostro tempo sarebbe più ricco, le nostre scelte più complete, la nostra solitudine meno spaventosa, le nostre relazioni più autentiche, la nostra normalità meno noiosa.

http://www.iodonna.it/personaggi/interviste-gallery/2015/12/18/vittorio-gallese-lo-studioso-dei-neuroni-specchio-siamo-nati-per-emozionarci/

IMG_2289 (Alice/ Bansky)

A te, che leggi queste poche parole, ti avvicini timidamente al Natale sentendo il peso di una mancata presenza a te stesso, felice ma non proprio.
Forse arrabbiato con qualcuno che deludendoti, non ha saputo sceglierti tra tanti, o disorientato perché qualcuno è andato via, non potendo scegliere di restare, o forse sei solo, pur essendo tra tanti che, intorno a te appaiono sfocati nei contorni di una quotidianità fatta di distanze e assenze.
Con fiducia puoi regalarti presenza, ripartire da te, investire in te e garantirti il dono più importante qui, ora.
A chi puó darsi opportunità. Ai miei clienti, ai miei utenti, grazie.

Aver cura di te

IMG_1588Nella vita, si può accompagnare un figlio con attenzione a premura, nonostante i limiti, nonostante la morte. Gesti semplici che segnano il tempo, comunicano presenza, rassicurano, offrono opportunità.
Questa storia ne è la commovente testimonianza.

http://www.corriere.it/caffe-gramellini/17_settembre_29/avro-cura-te-9fab7dea-a554-11e7-ac7b-c4dea2ad0535_amp.html

Uno spaccato di vita familiare: le liti e i bisogni dei figli

“Anche libero va bene” il film

  • “Anche libero va bene”, film

 

Non si può rimanere indifferenti di fronte agli occhi sgranati di un bambino che osserva basito, rassegnato e impotente, le liti, le accuse, le ingiurie di un genitore contro l’altro.

Non si può rimanere indifferenti di fronte al silenzio di un figlio che vede il proprio genitore arrendersi alle proprie fragilità. Lentamente, rischia di morire la sua fiducia, le sue speranze, la sicurezza, nei confronti degli altri e di se stesso.

Ci sono momenti in cui la famiglia attraversa una crisi… con i suoi errori, i suoi tentativi di ricucire strappi, le sue umanità disperate, i suoi vuoti incolmabili e i suoi sentimenti, intensi, incontrollabili.

Questa scena tratta dal film “Anche libero va bene” (2006) diretto da Kim Rossi Stuart, descrive uno spaccato di vita familiare, in cui divampa il conflitto. Racconta di come “gli adulti rischiano di commettere errori molto più grandi e gravi di quanto non facciano i cosiddetti piccoli”, (Kim Rossi Stuart, 2006) esponendo i figli ad una precoce assunzione di responsabilità.

Tommi ha undici anni e vive a Roma con la sorella Viola, poco più grande di lui, e il padre Renato. Nonostante l’assenza di una figura materna, i tre riescono a tirare avanti superando difficoltà di vario genere. Il ritorno improvviso di Stefania, la madre, che scopriamo più volte aver abbandonato la famiglia, riapre laceranti conflitti e antiche ferite. Tommi, che ha sedimentato una forte diffidenza nei suoi confronti, le resiste, mentre, contemporaneamente, vede sgretolarsi l’immagine mitica del padre, tramutandosi in quella di un uomo, con le sue fragilità.

A volte nelle separazioni conflittuali, anche altri bambini come Tommi, assistono impotenti, al crollo delle proprie certezze, spesso soffrendo in silenzio. Sperano di essere visti e protetti nonostante tutto, nella speranza di una rinnovata serenità.

“Perché non tornate insieme?”

“Ho paura di rimanere solo”

“Ho sempre mal di pancia”

“Non voglio cambiare casa”

“Come sarà il mio futuro?”

“Perché litigano sempre?”

“Cosa penseranno di me le maestre e i miei amici?”

Sono solo alcune delle tante domande, che occupano la mente dei figli, mentre fanno i conti con una obbligata perdita di serenità; possono vivere emozioni particolarmente intense nel silenzio della propria solitudine (tristezza, angoscia, confusione, rabbia, timore, paura, confusione) all’ ombra di un conflitto che annulla ogni possibilità di essere visti, riconosciuti, accolti.

I figli hanno bisogno di essere ascoltati, di essere informati, di essere rassicurati. Ma soprattutto, hanno bisogno di continuare ad accedere ai due genitori e alle relative famiglie d’origine. Per i bambini è importante poter “mettere parola” (F. Dolto,1985) sull’ esperienza vissuta; poter condividere con gli altri ciò che vivono e ciò che pensano della vicenda del divorzio dei propri genitori alla ricerca di strategie buone per vivere questa transizione familiare complessa (Scabini & Cigoli, 2000; 2012).

E’ dunque importante per loro, poter recuperare e/o rafforzare quel sentimento di appartenenza al nucleo familiare e alle stirpi paterna e materna, che può essere compromesso per la crisi della coppia (Tamanza & Marzotto, 2010).

Anche durante le crisi familiari, come la separazione o l’allontanamento di un genitore, è importante continuare a garantire una comunicazione centrata sul bambino usando alcune piccole ma importanti attenzioni:

  • rassicurare i bambini che entrambi i genitori continuano a volergli bene;
  • spiegare loro, quello che sta accadendo e parlare di quello che si prova;
  • adattare la comunicazione all’ età dei bambini;
  • essere consapevoli del proprio linguaggio non verbale;
  • utilizzare una comunicazione il più possibile breve e mirata;
  • Incoraggiare i bambini a fare domande ed essere disponibili ad accogliere i loro interrogativi anche in momenti successivi.

Come genitori, come professionisti della relazione d’aiuto, abbiamo la responsabilità di  continuare a focalizzarci sui bisogni dei figli in crescita.

Nonostante le crisi personali e relazionali, si può continuare a sostenere la loro fiducia, ponendosi come riferimenti sicuri a cui affidarsi.

 


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