Il disagio psicologico si diffonde a macchia d’olio tra i giovani e la soluzione rincorsa più frequentemente è l’uso di farmaci. Secondo le statistiche del progetto Arno, in Italia, nella fascia d’età compresa tra i 19 e i 44 anni, una ogni 18 donne prende pasticche o gocce. Per gli uomini, la percentuale si riduce ma resta tuttavia significativa, uno su 33 uomini fa uso regolare di psicofarmaci. Un problema crescente che ha portato diversi atenei ad aprire centri di ascolto sul modello anglosassone dei counselling center. La richiesta nasce da problemi specifici o disturbi più seri che coinvolgono la sfera esistenziale e causano conseguenti disturbi alimentari, depressione, abuso di sostanze, bullismo ecc.

Spesso si cerca la soluzione più rapida nello psicofarmaco, sfuggendo all’appuntamento con se stessi per paura. A volte, si evita di affrontare il vuoto o il dolore anestetizzandosi, privandosi delle proprie emozioni, impoverendo la propria vita e paradossalmente ricreando quello stesso vuoto da cui si cercava di fuggire.

Un dato che emerge dal più recente rapporto Eurispes, rivela che in Italia, la domanda psichica, insieme a quella estetica è in crescita: gli italiani spendono di più per prendersi cura di sé, aspirano a migliorare la qualità della propria vita, non solo a sopravvivere o arricchirsi. Gli italiani che si rivolgono ad uno psicologo per una consulenza o una psicoterapia sono circa 2.700.000, il 6% della popolazione, per far fronte ad una nevrosi, un cambiamento destabilizzante, un trauma. Quanto ai motivi che portano in seduta, secondo una ricerca condotta dall’Ordine degli psicologi del Lazio, il 38% ci va per guarire da un disturbo specifico, il 25% per fronteggiare un malessere, l’11% per avere un “supporto” nella gestione dei problemi quotidiani e il 9% per una crescita personale. In ogni caso non sembra una decisione avventata. Il 46% arriva in seduta dietro consiglio di un medico, il 38% su suggerimento di un amico o collega, il 6,2% si affida alle pagine gialle, l’1,1% a Internet. A partire da una necessità, si cerca nella psicoterapia un aiuto.

Ma perché andare in psicoterapia?

Si può cambiare con la parola? Si può guarire con farmaci? I pareri al riguardo sono discordanti. Alcuni modelli diffusi nella società ci dicono come dovremmo essere: dovremmo essere efficaci in ogni circostanza non chiedere mai aiuto, non sbagliare mai, trovare la soluzione migliore nel minor tempo possibile. Si propongono guarigioni rapide: esiste una pillola per l’obesità, per la magrezza, per l’impotenza, ma ci si chiede se è realmente così anche per timidezza, insicurezza, ansia, tristezza, depressione, insonnia. Ci si chiede se basta davvero un farmaco per sconfiggere ansia e depressione con effetti duraturi nel tempo, come credono alcuni, convinti di poter assoggettare la mente al corpo.

Tuttavia, nella realtà non si può artificialmente operare una tale separazione: l’uomo è un essere complesso e irriducibile ad un insieme di muscoli e collegamenti nervosi, per questo occuparsi di mente e di corpo contemporaneamente rende rispetto alla natura umana. La psicoterapia ha la funzione di aiutare la persona a realizzare il cambiamento, non è risolutiva, così come non lo è lo psicofarmaco, ciò che può funzionare è un’integrazione tra i due, quando c’è una reale necessità.

Una definizione abbastanza neutrale della psicoterapia, che non tiene conto delle specificità di ogni scuola di pensiero, la descrive come un incontro tra due o più persone (terapeuta e paziente), in cui si suppone che una sia bisognosa di aiuto e richieda cura o cambiamento, mentre l’altra possieda determinate qualità personali e un bagaglio di conoscenze, che utilizza per aiutare a produrre un cambiamento.

A partire dalla fondazione della psicoanalisi, verso la fine dell’800, ad opera di Sigmund Freud, sono proliferati centinaia di approcci terapeutici, a volte in maniera del tutto incontrollata. Oggi esistono circa 400 forme di psicoterapia e se ciò permette una maggiore opportunità di scelta da parte dell’utente, nello stesso tempo crea parecchia confusione e non poca incertezza, conoscerle tutte sarebbe impossibile, tanto più in questo contesto in cui ci affacceremo brevemente sui modelli principali. Ogni forma di trattamento differisce per via dei concetti teorici, della visione della natura umana, del cambiamento e delle tecniche psicoterapeutiche, ma è possibile rintracciare alcuni  approcci principali: psicoanalitico, cognitivo-comportamentale, umanistico e sistemico.

Nonostante i metodi terapeutici sono andati moltiplicandosi, numerose ricerche sull’efficacia della psicoterapia hanno evidenziato alcuni dati fondamentali:

— nessun approccio terapeutico può vantare risultati positivi significativamente maggiori rispetto agli altri;

— l’efficacia di un approccio terapeutico è dovuto, non tanto alle tecniche specifiche tipiche di ogni singolo metodo, quanto alla presenza di alcuni fattori comuni a ciascuno di essi.

Si evidenzia l’ipotesi che il cambiamento terapeutico non sia dovuto direttamente all’uso di tecniche specifiche che caratterizzano un trattamento, i cosiddetti fattori terapeutici specifici, ma alla presenza di fattori terapeutici comuni a diversi approcci, dei quali la ricerca ne ha individuati alcuni:

1) intensa esperienza affettiva: la possibilità di vivere una relazione emotiva molto forte, basata sulla fiducia e sulla sensazione di essere accettati incondizionatamente e compresi in maniera empatica. I terapeuti cioè mostrano interesse per il benessere del paziente ed incoraggiano la creazione di una relazione emotiva di fiducia e comunicazione;

2) riorganizzazione cognitiva: il terapeuta facilita l’acquisizione di schemi mentali e nuovi modi di percepire sé stessi e la realtà;

3) regolazione del comportamento: l’abbandono di inadeguati comportamenti e l’apprendimento di modalità più funzionali;

4) contesto terapeutico (setting): l’esistenza di un ambiente sicuro, socialmente riconosciuto e protetto dal terapeuta che facilita il cambiamento;

5) modello terapeutico: un orientamento teorico-pratico condiviso e accettato dal paziente e dal terapeuta.

Grazie a queste ricerche, le rigide contrapposizioni esistenti in passato tra i vari metodi hanno lasciato spazio ad un maggior confronto e integrazione reciproca. A ben vedere, i fattori terapeutici comuni, coincidono con i principi basilari della psicoterapia dell’Approccio centrato sulla persona di Carl Rogers.

Ogni forma di psicoterapia custodisce una chiave di accesso alla persona attraverso l’inconscio, il pensiero, le emozioni, le percezioni, il comportamento, il corpo, le relazioni. La persona che si avvicina alla psicoterapia potrà addentrarsi nell’impervio terreno della maggior conoscenza di sé nel modo più consono al proprio essere, sentire e vivere, per questo motivo conoscere gli approcci e le differenze può favorire una scelta più consapevole e più vicina alle proprie necessità, rafforzare la fiducia, la motivazione e la speranza. La decisione di chiedere “aiuto” merita il più profondo riconoscimento e rispetto, perché porta con sé la sofferenza intima e purtroppo a volte la vergogna, per non essere capaci di farcela da soli.

Proprio per questi motivi, in questo viaggio nell’affascinante mondo della psiche ripercorreremo insieme la visione dell’uomo, del cambiamento e della terapia che caratterizzano alcuni modelli principali.

1. La psicoanalisi

La psicoanalisi è la teoria dell’inconscio su cui si fonda una prassi psicoterapeutica avviata dal lavoro di Sigmund Freud agli inizi del secolo scorso per spiegare la genesi e lo svolgimento del conflitto psichico alla base del disturbo mentale.

La psicoanalisi introdusse aspetti rivoluzionari come l’esistenza della sessualità sin dalla prima infanzia, la centralità della sessualità per uno sviluppo sano o patologico, l’esistenza dell’inconscio, la “cura attraverso la parola”. Nacque in un contesto di chiusura socio- culturale rispetto a questi temi, per via di un rigore morale diffuso e di approcci scientifici interessati da un lato ad individuare precise relazioni di causa- effetto tra i fenomeni e dall’altro a considerare l’uomo come una macchina regolata da precisi meccanismi di funzionamento (paradigma riduzionistico- meccanicistico).

La psicoanalisi si pone come obiettivo lo studio e l’analisi di tutte quelle manifestazioni inconsce meno evidenti, ma profondamente e oscuramente radicate nell’animo umano. La psicoanalisi assume come punto fondamentale l’esistenza dell’inconscio, inteso come parte più profonda della psiche umana posta al di fuori del controllo della coscienza che determina i desideri, le fantasie, i sogni, le emozioni, il comportamento, l’esperienza e le relazioni. L’inconscio, in forma più o meno mascherata determina il senso che attribuiamo all’esperienza, motiva il comportamento e influisce sull’adattamento alla realtà.

La psicoanalisi contemporanea condivide solo alcuni aspetti della teoria formulata da Freud, infatti, l’attenzione si è parzialmente spostata dalla centralità del mondo inconscio alla complessità della relazione interpersonale e del senso attribuito all’esperienza, dal “là e allora” (importanza di parlare di ciò che si è vissuto del passato, o in altri contesti) al “qui ed ora” (tutto ciò che accade nel momento presente).

La patologia esprime un disagio psichico profondo, di cui l’individuo non è cosciente e l’obiettivo del trattamento è quello di favorire la “presa di coscienza” da parte del paziente, con conseguente progressivo abbandono delle manifestazioni tipiche del disturbo. Nel processo di cambiamento e cura è fondamentale comprendere, analizzare e interpretare tutto ciò che accade nella relazione terapeutica (analisi del transfert e del contro-transfert), le espressioni dell’inconscio e le resistenze che il paziente oppone inconsciamente al percorso verso la guarigione.

1.1 Freud e la psicoanalisi

Sigmund Freud, medico austriaco è stato il fondatore della psicoanalisi, ideando un modello di funzionamento dell’animo umano sulla base dell’esperienza clinica e revisionandolo continuamente. Egli iniziò praticare l’ipnosi in una prima fase della sua attività, non solo per inibire i sintomi ma anche come metodo per scoprire la “motivazione e il significato” di malattie chiamate nevrosi. Con il termine nevrosi Freud indica, in generale, quella malattia mentale che ha origine da una deviazione dell’energia sessuale (libido), la quale è ostacolata e non può trovare soddisfazione per difendere l’organismo. Quando la libido è deviata dal suo sviluppo naturale, (che è sempre, secondo Freud quello della normale vita sessuale), si distoglie in generale dal mondo esterno e rifluisce verso l’interiorità, sorgono quelle patologie più gravi denominate psicosi. Comportamenti, pensieri e fantasie sono espressione di forze interne in conflitto costituite dalle pulsioni. Inizialmente parla di pulsioni sessuali (libido) contrapposte alle pulsioni di auto- conservazione, successivamente di pulsione di vita e pulsione di morte (tendenza alla stasi, all’aggressività, alla distruzione), anche se riconosce la maggior importanza della libido nel determinare uno sviluppo sano o patologico della personalità.

Freud descrive l’esistenza di una parte conscia, una preconscia ed un’inconscia, successivamente parla di “strutture” della psiche: Io, Es e Super-io. L’Es è l’inconscio, lo stato originario della mente alla nascita, ma è anche la parte oscura della personalità in cui viene relegato tutto ciò che è inaccettabile. L’Es attinge alle pulsioni e si riempie di energia, è governato dal principio del piacere e mira al soddisfacimento immediato. L’Io, a cui appartengono percezione e coscienza è una parte della mente che nasce dall’Es, opera una mediazione tra l’Es e il mondo esterno compiendo un esame di realtà alla ricerca delle circostanze migliori per soddisfare le pulsioni. Nel corso dello sviluppo, si forma la coscienza morale o super- io quando il bambino interiorizza le proibizioni e i divieti dei genitori.

Freud scrive che la saggezza consiste nel capire quando ci dobbiamo piegare alla realtà e quando dobbiamo tentare di cambiarla per esaudire un desiderio e che lo scopo della psicoanalisi è quello rafforzare l’Io, renderlo più indipendente dal Super-io, ampliare e migliorare la sua organizzazione e conquistare nuove parti dell’Es.

Le fondamenta della vita psichica si compiono entro il quinto anno di vita con la conclusione del complesso di Edipo, per questo è fondamentale comprendere le situazioni traumatiche che possono aver causato un blocco nello sviluppo.

Nella vita di ognuno si realizza un processo di sviluppo che avviene per tappe attraverso lo spostamento della libido in diverse zone corporee, passando dalla sessualità autoerotica del bambino alla sessualità matura di un adulto. Infatti, la libido, presente fin dalla nascita, si accumula in alcune zone corporee e le attiva condizionando l’esperienza della realtà, le relazioni e il carattere della persona.

Nel neonato la ricerca del piacere si localizza nella bocca, in quanto è volto principalmente a succhiare latte, è questa la “fase orale”. Quando il bambino inizia a sviluppare la dentatura, la muscolatura e acquista il controllo delle funzioni sfinteriche si parla di “fase sadico-anale”. Questa si caratterizza per la comparsa di tendenze aggressive e di tendenze volte a conservare e a possedere, ora il bambino sta acquistando il controllo ad opera della volontà. Segue la “fase fallica” in cui l’attenzione è centrata su questa parte del corpo perché non si è ancora sviluppata la coscienza di una differenza tra maschi e femmine. In queste prime tre fasi la ricerca del piacere è centrata sul proprio corpo, mentre nello sviluppo successivo compare la ricerca del soddisfacimento in qualcosa di esterno. Inizialmente la persona a cui si indirizza la libido è la madre, solo in seguito la bambina percepisce la propria differenza rispetto al maschio e sposta l’attenzione verso il padre. La “fase genitale” e il “complesso di Edipo” hanno inizio quando il piacere è cercato nella relazione con un altro essere. Freud si dedica prevalentemente al bambino di sesso maschile, descrivendo quando entra in competizione con il padre per il possesso della madre, all’opposto la bambina sente la madre come rivale nel suo affetto verso il padre. Il bambino tuttavia, sperimenta la propria paura e inferiorità nei confronti del rivale e abbandona queste fantasie, interiorizzando il divieto. Ora non è più un’autorità esterna quella che proibisce, ma è piuttosto, una coscienza che “parla” dall’interno, si è formato, il Super-io che resterà in atto per tutta la vita e detterà al soggetto la norma morale, “censurando” i pensieri e i comportamenti che potrebbero entrare in conflitto con il sistema delle proibizioni.

Sogni, errori involontari (i cosiddetti lapsus), fantasie ma anche creazioni artistiche e tutto ciò che costituisce attività automatica sono espressione di contenuti inconsci. Il sogno è la via regia all’inconscio, consiste nell’appagamento di un desiderio ed esprime, in maniera deformata, tendenze rimosse dalla vita cosciente. Il metodo psicoanalitico, ideato da Freud, per accedere a contenuti inconsci consiste nel far sì che il paziente, attraverso il colloquio clinico con l’analista, possa seguire le libere associazioni di immagini, idee o ricordi che emergono alla coscienza. Queste associazioni gradualmente potranno far evidenziare il contenuto rimosso che già si manifesta implicitamente nei vari sintomi e si potrà ricostruire l’evento traumatico che ha dato origine al disturbo. La conoscenza di questo avrà l’effetto di dissolvere il sintomo e di condurre il paziente alla guarigione.

Ai fini di una riuscita analisi, è necessario che tra paziente e analista si instauri un rapporto profondo di transfert, che consiste nel fatto che il paziente sperimenta nei confronti dell’analista un attaccamento della stessa natura di quello che nella prima infanzia provò nei confronti dei genitori o delle figure di accudimento.

La psicoanalisi ha una durata lunga, e una elevata frequenza settimanale, che Freud riteneva necessaria per mantenere il contatto con l’inconscio e con il transfert. Il paziente assume una posizione sdraiata su un lettino, assumendo una posizione di abbandono simile al sonno e di totale affidamento nei confronti dell’analista.

1.2 Jung e la psicologia analitica

Carl Gustav Jung psichiatra e psicologo svizzero (Kesswil 1875 – Kusnacht 1961) è considerato il fondatore della “psicologia analitica” e nel 1900, grazie a Bleuler, uno degli psicopatologi più influenti dell’epoca, matura la nozione di affettività come elemento che dà continuità all’esperienza, sia conscia che inconscia dell’essere umano. Dal 1907 al 1912, Jung collaborò molto da vicino con Freud, tanto che quest’ultimo lo considerò il suo “delfino”, ma nonostante la sua apparente adesione al pensiero del maestro, continuava ad arricchire le sue teorie e nutrire riserve nei confronti della teoria della libido, fino alla rottura definitiva.

Anche per Jung, l’inconscio svolge un ruolo determinante nella vita, condizionando la coscienza e il proprio modo di porsi in relazione, ma oltre all’inconscio personale che riguarda la storia di ogni persona si riferisce all’inconscio collettivo, cioè quella riserva di energia di cui si alimenta l’animo umano, costituto da un insieme di immagini simboliche che si esprimono in egual modo presso tutti i popoli, primitivi e civilizzati. Tali simboli primordiali detti archetipi che si organizzano in figure interiori contrapposte (Animus/Anima, Persona/Ombra, Giovane/ Vecchio e così via) si ritrovano nella mitologia e nelle espressioni artistiche, come ad esempio nel mito dell’immortalità dell’anima e della spiritualità. Fin dalla nascita dell’uomo e della civiltà, le tendenze dell’inconscio collettivo si manifestano nei sogni, nei miti, nelle credenze religiose, nell’arte e in forma deviata nelle patologie mentali, per questo motivo chi riesce a fare esperienza delle immagini simboliche può raggiungere una maggior pienezza di vita e spessore di personalità. Il metodo più importante per accedere all’inconscio è l’analisi dei sogni, delle fantasie e delle visioni perché costituiti da elementi consci, residui della giornata e contenuti mitici profondi.

Secondo Jung, l’uomo ha bisogno di idee che diano significato alla vita per trovare il suo posto nell’universo e affrontare le avversità, quando non trova un significato si sente sopraffatto dagli eventi e da un senso di disperazione, per questo la conoscenza dell’inconscio personale e collettivo consente di liberare energie positive e di trovare un senso nella vita, acquisire potere e non soccombere alle tragedie.

Lo sviluppo della persona tende all’individuazione, ossia alla realizzazione della propria individualità e all’integrazione creativa degli opposti che caratterizzano la natura intima. Lo scopo del terapeuta è non solo quello di applicare un metodo, ma soprattutto prestare attenzione alla storia del paziente e comprenderlo profondamente per realizzare il processo di individuazione. In quest’ottica, i sintomi della malattia non hanno un’unica causa, ma sono specifiche richieste di significato delle immagini simboliche che il terapeuta potrà comprendere solo se in possesso di competenze psicologiche, poetiche e mitologiche.

1.3 La psicologia del Sé e i cambiamenti in psicoanalisi

Nella psicoanalisi tuttora permane una corrente fedele a Freud, ma ci sono sviluppi in più direzioni tra cui la “Psicologia del sé” di Kohut.

Kohut parla di “rispecchiamento empatico” e di “idealizzazione”, riferendosi a due bisogni universali di sviluppo, necessari per la formazione di un Sé sano e coeso. Il bambino cerca due tipi di relazione in funzione dei bisogni di base: da un lato ha bisogno di esibire le sue capacità in via di sviluppo e di essere ammirato per questo, dall’altro ha bisogno di creare un’immagine idealizzata dei genitori e di sentirsi parte di essa. Se questi bisogni narcisistici vengono soddisfatti, si attua un sano sviluppo.

La patologia ha origine da una mancata soddisfazione dei bisogni, a causa di reali fallimenti traumatici dei genitori. Secondo questa prospettiva, i bisogni (di rispecchiamento e di idealizzazione) non appagati portano la persona a riprodurre sempre le stesse esperienze, ricercando soddisfazione anche nella relazione con il proprio terapeuta (transfert). Il terapeuta, offrirà una possibilità di cambiamento e di “riparazione” attraverso la comprensione empatica e l’interpretazione che verranno interiorizzate dal paziente.

Nella psicoanalisi contemporanea, si sta realizzando una tendenza a spostare l’ interesse verso le emozioni vissute nella relazione terapeutica da parte del paziente nei confronti del terapeuta (transfert) e viceversa (controtransfert) nel momento attuale. Altri esponenti del pensiero psicoanalitico si volgono soprattutto alla psicologia del bambino, studiando le fasi dello sviluppo e la relazione di attaccamento madre-bambino, cioè quell’intensa relazione che si stabilisce tra il neonato e la persona che lo accudisce, mettendo in luce l’importanza dei primi mesi di vita e mostrando i gravi danni prodotti da deprivazioni affettive in questa prima fase dell’esistenza. Mélanie Klein (1882-1960), in particolare, si è dedicata all’analisi dei bambini, prendendo in esame soprattutto il gioco.

2. Il comportamentismo e il cognitivismo

La scuola cognitivo-comportamentale, rappresenta la prima grande alternativa alla psicoanalisi nel campo della psicologia. Il comportamentismo, si propone di costruire una scienza psicologica basata su caratteristiche di esattezza e obiettività, come la biologia e la fisica, limitando il campo di indagine a ciò che può essere osservato oggettivamente. Da questi presupposti, lo studio si è concentrato sul comportamento, considerato come un insieme di riflessi che permettono all’ individuo di interagire costantemente con l’ ambiente esterno. La mente è considerata come una scatola nera inconoscibile, mentre lo studio si concentra sullo schema stimolo-risposta, proponendosi di studiare il comportamento in risposta agli stimoli ambientali.

Il cognitivismo nasce in parziale contrapposizione al comportamentismo, con cui condivide l’idea di una psicologia fondata empiricamente. Entrambe le discipline, infatti, condividono il rigore metodologico e l’idea di assimilare la psicologia ad altre scienze fisiche, ma l’elemento di rottura sta nell’idea del cognitivismo di studiare i processi di pensiero messi in atto da una persona tra lo stimolo ambientale e il comportamento. Secondo questa prospettiva l’essere umano non reagisce solo all’ambiente, ma elabora le informazioni e si comporta di conseguenza.

2.1 Il comportamentismo e la terapia del comportamento

Il Comportamentismo nasce intorno agli anni ‘20 negli Stati Uniti dagli studi di J. B. Watson e da una tradizione di psicologia sperimentale, ma si diffonde in Italia solo dopo la metà del secolo scorso a causa di un atteggiamento fortemente critico. Infatti, il comportamentismo è spesso accusato di essere riduttivo perché assume come oggetto di indagine il comportamento e tralascia tutto ciò che non è direttamente osservabile (inconscio, emozioni, pensieri). Secondo questa corrente, la psicologia deve occuparsi solo di ciò che si può osservare, riprodurre  e misurare, per mantenere pari dignità rispetto alle scienze naturali. Watson, concentra l’attenzione sul comportamento, inteso come qualunque azione complessa svolta dall’organismo, (come voltarsi verso una luce, ma anche apprendere il linguaggio), basandosi sul principio del condizionamento, cioè sull’idea che la persona reagisce con risposte incondizionate a determinate situazioni (ad esempio un organismo affamato, reagirà con la salivazione alla vista del cibo o con la dilatazione delle pupille di fronte ad un fascio di luce. Il cibo ed il fascio di luce rappresentano uno stimolo incondizionato, perché si verificano nell’ambiente, e provocano la salivazione o la dilatazione della pupilla come risposta dell’organismo). A partire da queste semplici associazioni tra stimolo e risposta è possibile studiare anche comportamenti più complessi, perché seguono lo stesso meccanismo di condizionamento dall’ambiente e presuppongono un ruolo passivo- ricettivo dell’uomo.

In particolare Watson si è interessato dell’apprendimento delle emozioni nei bambini e in una sua pubblicazione del 1924 dichiara:”Datemi una dozzina di bambini normali, ben fatti, e un ambiente opportuno per allevarli e vi garantisco di prenderne qualcuno a caso e di farlo diventare qualsiasi tipo di specialista, che io volessi selezionare: dottore, avvocato, artista, commerciante e perfino accattone e ladro, indipendentemente dalle sue attitudini, simpatie, tendenze, capacità, vocazioni”. Emozioni come la paura, la rabbia, la felicità sarebbero apprese dall’ambiente in risposta a determinati stimoli ambientali, ad esempio la mamma che accudisce dà serenità al bambino. Con la stessa associazione stimolo- risposta si spiegano anche apprendimenti più complessi, ad esempio se un bambino è spaventato da un forte rumore quando gioca con il suo giocattolo preferito assocerà quella paura al giocattolo ed in seguito sarà spaventato anche solo alla sua vista. Le stesse leggi che regolano l’apprendimento delle emozioni sono alla base delle abitudini e del linguaggio, ben più complesso è lo studio del pensiero. Alla nascita il neonato possiede un bagaglio estremamente limitato di reazioni, solo attraverso l’esperienza e il condizionamento sviluppa la personalità.

Questa concezione dell’uomo e del suo sviluppo attraverso l’apprendimento, agli antipodi rispetto al concetto di libero arbitrio, è sembrata eccessivamente rigida, da più parti, al punto che a partire da questa base concettuale, altri psicologi hanno sviluppato teorie sull’apprendimento, in parte accettando l’idea di alcuni tratti psicologici legati a predisposizioni ereditarie.

La terapia del comportamento applica questi principi alla clinica e considera il disagio psichico come la conseguenza di un apprendimento sbagliato e in particolare di cattive abitudini emotive. Coerentemente, il suo ambito di interesse è la modificazione del comportamento e agisce in modo da correggere i comportamenti sbagliati. Il terapeuta ha un ruolo di guida che stabilisce precisi obiettivi con il paziente e lo aiuta a raggiungerli e la terapia consiste in una serie di esercizi che il paziente compie a casa e l’aiutano a sostituire i comportamenti sbagliati con altri più efficaci. Questo tipo di terapia, non agisce nel mondo interiore della persona (pensieri, emozioni, fantasie, desideri) ma solo sul comportamento manifestato, nel senso che non affronta il problema sottostante e che di conseguenza può ripresentarsi in altre forme.

Alcune tecniche utilizzate dalla terapia comportamentale sono:

–          desensibilizzazione sistematica: nel caso di paure molto forti che portano la persona ad evitare situazioni minacciose, il paziente immagina gradualmente la situazione che crea ansia e attraverso tecniche di rilassamento viene aiutato a cambiare il comportamento di evitamento, attraverso l’immaginazione e gradualmente passando al comportamento. Ad esempio una persona che ha paura di attraversare una piazza piena di gente, viene invitata a rilassarsi ed immaginare contemporaneamente di attraversare la piazza, pian piano sostituisce la paura con altre emozioni più piacevoli e gradualmente ricomincia a compiere questa azione;

–          Avversione: il comportamento non gradito viene associato a stimoli sgradevoli, finché il paziente non apprende questa associazione e gradualmente, lo abbandona;

–          condizionamento operante: il terapeuta rinforza comportamenti desiderati attraverso premi  e ricompense appropriate;

–          modellamento: il paziente viene esposto ad una persona che ha un comportamento che gli crea ansia, mentre la persona che lo compie è tranquilla, per fargli apprendere che l’ansia è ingiustificata

La terapia del comportamento ha una durata breve, con sedute a cadenza settimanale, persegue obiettivi specifici di modificazione del comportamento senza esplorare i significati personali, prevede una parte pratica di esercitazione da compiere anche a individualmente tra una seduta e l’altra.

2.2 Il cognitivismo e la psicoterapia cognitiva

La psicologia cognitiva nasce nel 1967 dal cognitivismo, già noto come prospettiva che accomuna diverse discipline ed ha come oggetto di studio i sistemi intelligenti, tra cui la mente umana. Il cognitivismo si caratterizza per lo studio dei processi di pensiero, memoria, linguaggio, attenzione e percezione e per un particolare modo di concepire la mente: come elaboratore di informazioni. La funzione mentale di elaborare informazioni viene eseguita dal sistema nervoso centrale che, organizza le informazioni provenienti dal mondo esterno e dall’interno del corpo e realizza schemi mentali. Lo scopo primario del cognitivismo è quello di elaborare modelli per il funzionamento della mente, prendendo come riferimento i processori informatici (come il calcolatore).

Secondo la psicologia cognitiva, la conoscenza avviene grazie ad un processo attivo in cui la persona attribuisce senso alla realtà, cioè osserva, controlla e fa ipotesi sempre più verosimili sugli eventi. Gli schemi mentali che si creano a partire dalle prime relazioni di attaccamento (relazione con madre o figura che accudisce), contengono le prime informazioni riguardo a sé e agli altri e condizionano la vita futura, in quanto contengono le basi per i successivi comportamenti nelle relazioni importanti. Dalla relazione di attaccamento derivano le prime intense emozioni (gioia tristezza, paura, rabbia) a seconda della disponibilità della madre e della sua presenza- assenza e i primi schemi mentali che  contengono le basi per i successivi comportamenti e consentono di dare senso all’esperienza. Durante la crescita, questi schemi mentali si perfezionano sulla base dell’esperienza passata e delle nuove informazioni, ma al tempo stesso tenderanno a creare un certo equilibrio, per consentire il miglior adattamento possibile. Il disturbo psicologico nasce dalla perdita di questo equilibrio.

La psicoterapia cognitiva si fonda sull’ipotesi che il disagio psichico è causato da processi di pensiero erronei e persegue l’obiettivo principale di cambiare quei pensieri che causano distorsioni nei significati attribuiti, disagio emotivo e comportamenti inadeguati, sostituendoli con altri più realistici e funzionali.

La psicoterapia cognitiva è mirata allo scopo (all’inizio sono definiti gli obiettivi da raggiungere), attiva e collaborativa (prevede una collaborazione tra terapeuta e paziente sugli obiettivi da raggiungere per cambiare le modalità di pensiero, ed un ruolo attivo del paziente nel mettere in pratica le strategie per risolvere il problema), centrata sul presente (l’attenzione è focalizzata su ciò che avviene nel momento attuale), integrabile e flessibile (prevede in alcuni casi l’integrazione con una terapia farmacologia).

3. La psicologia umanistica: Terza Forza

La “psicologia umanistica” nasce negli anni ‘60 da un gruppo di psicologi con lo scopo di studiare le emozioni e i comportamenti di un’esistenza piena e vitale. Maslow, tra i fondatori, l’ha definita “terza forza della psicologia” per sottolineare la sua natura alternativa ad approcci dominanti come la psicoanalisi e  il comportamentismo.

La psicologia umanistica vanta il contributo di diversi modelli teorici che condividono alcuni principi come: l’attenzione alla persona, alla sua esperienza e al suo significato, l’importanza attribuita a qualità tipicamente umane come la creatività, la capacità di scegliere e l’auto- realizzazione, l’esplorazione di ciò che è realmente significativo in un dato momento, il rispetto profondo per la dignità della persona e lo sviluppo del potenziale umano. Diversi modelli confluiscono nella psicologia umanistica (come la psicoterapia dell’Approccio centrato sulla persona, la terapia della Gestalt, l’analisi bioenergetica e transazionale), ma con una tendenza comune: l’interesse per la persona, le sue emozioni e la sua esperienza. Emerge un nuovo concetto di salute in cui l’individuo sano è colui che giunge alla propria realizzazione, cioè al pieno sviluppo delle potenzialità.

Grazie al significativo lavoro di Maslow, Rogers e May si è sviluppata una nuova concezione di psicoterapia: non più come relazione tra terapeuta che “sa” e cliente che non “sa”, ma prima di tutto come relazione da persona a persona in cui lo psicoterapeuta rivela la propria umanità. Nell’idea di Rogers ad esempio, lo psicoterapeuta non più onnipotente si rapporta al “cliente” con rispetto, empatia e trasparenza, creando le condizioni ottimali per realizzare la crescita e il cambiamento nella direzione scelta dal cliente. Il terapeuta si avvicina con curiosità e umiltà ad ogni persona, profondamente e autenticamente interessato alla sua conoscenza intima, con l’obiettivo di facilitare la sua autorealizzazione.

Un altro importante aspetto d’innovazione è stato l’atteggiamento di apertura della psicoterapia ai gruppi, alla ricerca scientifica e ad altri campi, diffondendosi anche in ambito aziendale, sportivo, professionale e nell’attenuazione dei conflitti internazionali.

3.1 Dalla psicologia della Gestalt alla psicoterapia della Gestalt

La psicologia della Gestalt o della forma è una corrente teorica e di ricerca sorta in Europa contemporaneamente al comportamentismo americano, nel primo ventennio del secolo scorso ad opera di alcuni studiosi (Werthemeir, Kofka e Kohler) che si sono occupati di processi mentali e percezione visiva. La percezione ha origine dagli elementi accumulati attraverso i sensi, che emergono da uno sfondo in un determinato momento, catturano l’attenzione dell’osservatore e si organizzano in modo complesso: le gestalt, figure organizzate rintracciabili in campo fisico e mentale.  Viene così percepita una figura viva e precisa che emerge da uno sfondo indifferenziato ed in questo processo la persona non è passiva rispetto agli elementi  del mondo esterno, ma ordina i dati raccolti e dà loro una forma.

La psicologia della Gestalt si basa su tre principi fondamentali: esiste una corrispondenza tra mondo fisico e mentale (teoria dell’isomorfismo), la totalità si organizza a partire da unità semplici ma assume una forma propria (il tutto è più della somma delle singole parti), forme ambigue e confuse tendono ad essere percepite in modo più completo e chiaro (teoria della pregnanza). Questi principi sono applicabili tanto al mondo fisico quanto al mondo mentale. Questo approccio ha spostato il campo d’interesse dalla percezione visiva al mondo interiore, all’intelligenza, alla memoria, alla persona nella sua complessità e alle sue relazioni.

A partire da alcuni concetti teorici elaborati dagli psicologi della Gestalt, ma con un’impostazione profondamente diversa, si sviluppa intorno agli anni ‘50 negli Stati Uniti la psicoterapia della Gestalt, che si riconosce nei principi della psicologia umanistica, ricollocando l’uomo al centro dell’interesse e riconoscendogli lo status di soggetto responsabile delle proprie scelte e della propria crescita.

Uno dei concetti chiave della psicoterapia della Gestalt è sintetizzato dall’enunciato “il tutto è più della somma delle parti”, che spiega anche il funzionamento dell’essere umano, considerato come una totalità. Così come non esistono figure senza sfondo, anche le persone appartengono sempre ad un contesto ambientale e gli elementi che attirano l’attenzione spingendo ad organizzare l’esperienza sono scelti in base ad interessi individuali, motivazioni e bisogni personali. Ad esempio, consideriamo un gruppo di persone presenti ad una festa, ogni persona percepirà la situazione in modo diverso, a seconda della propria personalità e dei bisogni del momento, per cui l’alcolista noterà subito il tavolo con gli alcolici mentre l’artista osserverà i quadri presenti nella stanza. Ogni persona nutre interessi diversi e organizza l’esperienza di vita fornendo attivamente significati personali nelle relazioni con gli altri, alla ricerca di equilibrio. Infatti, un bisogno percepito crea un problema generando una tensione che porta alla soddisfazione del bisogno stesso. Diversamente, i compiti interrotti mantengono l’organismo in uno stato di tensione dovuto al bisogno non soddisfatto e restano fastidiosamente nella memoria senza essere dimenticati, su questo principio si basa anche la pubblicità che propone un bisogno e provoca uno stato di tensione. Ogni organismo (totalità di mente e corpo) è in relazione con l’ambiente e tende all’auto-realizzazione, l’autonomia, l’adattamento creativo e il raggiungimento di un equilibrio ottimale, attraverso l’incontro con le “figure” che emergono dal contesto ambientale e relazionale. La psicoterapia tende a riportare uno sviluppo sano attraverso l’incontro con l’altro, considerato l’unico modo con cui la persona può riconoscere i bisogni propri, altrui e crescere. In accordo con i principi della psicologia umanistica, l’organismo possiede in sé le capacità per auto-regolarsi, mentre il disturbo è concepito come un ostacolo a questa tendenza vitale.

3.2 Rogers e l’Approccio centrato sulla persona

L’approccio centrato sulla persona nasce in America negli anni ‘40 da Carl Rogers. La terapia centrata sul cliente, in seguito denominata Approccio Centrato sulla Persona, è stata la prima maggiore alternativa ai modelli imperanti come la psicoanalisi e la terapia del comportamento, aprendo anche la psicoterapia alla ricerca con la pubblicazione di un intero trattamento registrato. Secondo quest’ottica, la psicoterapia è una relazione da persona a persona, in cui più il cliente prende responsabilità della propria vita nel fissare le mete (sia in seduta che all’esterno), maggiori saranno le probabilità di successo. La psicoterapia è un incontro tra due esseri umani in crescita, che trasforma entrambi; essa segue un modello non direttivo nel rispetto delle tendenze vitali dell’individuo e consente alla persona di rientrare in contatto con la sua vera natura e con i bisogni più profondi.

Rogers si distanzia dal pensiero freudiano: considera la salute mentale come la normale progressione della vita e la malattia (o il disturbo) come una deviazione della “tendenza attualizzante”. Si tratta di una tendenza che ha bisogno di un contesto di relazioni umane positive per poter funzionare e che tende a preservare la vita, a difendere dalla minaccia, a tendere verso la crescita ed attualizzare le proprie potenzialità. Il comportamento della persona è motivato dalla tendenza attualizzante perché esprime il tentativo di soddisfare i bisogni così come sono vissuti: quando la persona sente un bisogno, percepisce una tensione che lo porta a soddisfarlo attraverso il comportamento. In quest’ottica, le emozioni, rappresentano la chiave di accesso alla persona, perché indicano la strada per accedere ai bisogni.

L’essere umano è considerato come un “agente di scelte, libero e responsabile”, la sua natura è positiva, degna di fiducia e razionale, quando la persona vive in accordo con essa. Se la persona ha un “concetto di sé” realistico, cioè se c’è corrispondenza tra gli attributi che pensa di possedere e quelli che realmente possiede, sarà congruente e potrà svilupparsi in modo autonomo e soddisfacente. In genere il cliente che avverte un disagio, si trova in una situazione di incongruenza tra l’esperienza reale e l’immagine che ha di sé quando si rappresenta l’esperienza.

Ogni essere umano vive immerso nell’esperienza in continuo cambiamento, di cui è il centro. L’esperienza o “campo fenomenico”, è il mondo privato della persona e comprende tutto ciò che vive in un dato momento, ne consegue che la persona reagisce non alla realtà, ma a come la vive internamente. Questo mondo privato, può essere conosciuto fino in fondo solo dalla persona stessa, da qui la convinzione che il terapeuta può facilitare la consapevolezza nel cliente, non sostituirsi a lui.

Rogers, spiega non solo come si forma la personalità, ma anche come nascono il disadattamento e il disturbo psichico. Per Rogers, il concetto di sé si forma nell’infanzia. Il bambino piccolo, sin dalla nascita, fa una valutazione organismica, scegliendo o rifiutando le esperienze in rapporto al modo in cui possono agevolare o ostacolare le esigenze dell’organismo. Inizialmente il bambino non è in grado di distinguere tra ciò che è “Io” da ciò che non lo è, solo in seguito, quando inizia a differenziarsi, si forma gradualmente il “concetto di sé”, che consiste nella percezione di sé, del sé in relazione agli altri e ai valori legati a tali percezioni. Lo sviluppo del sé è determinato significativamente dalle valutazioni altrui, poiché si instaura un processo mediante il quale il bambino sente un forte bisogno di considerazione positiva da parte delle persone significative. Se i genitori assicurano amore, stima, sicurezza e considerazione incondizionata, il suo “concetto di sé” si baserà sull’esperienza in modo libero e autonomo, nel senso che le esperienze saranno vissute coerentemente al “concetto di sé” e ai bisogni percepiti. La tendenza attualizzante guiderà il bambino e poi l’adulto verso la piena autorealizzazione. Se, viceversa, la considerazione positiva viene offerta in modo condizionato, al punto che il bambino percepisce il messaggio “Ti amo a condizione che tu…(come ti voglio)”, il bambino che è bisognoso di tale considerazione, interiorizzerà valori, mete, modi di essere incongruenti con la propria valutazione organismica, in questo modo il “concetto di sé” si forma su basi esterne e rigide e le esperienze vengono selezionate o distorte pur di mantenere la coerenza interna, esse non fluiranno più liberamente in accordo con l’organismo e con la tendenza attualizzante. Quando la rottura tra il concetto di sé e l’esperienza è troppo grande e le difese non svolgono più la loro funzione di protezione, nasce uno stato di incoerenza interna e il disagio psicologico. Uno degli obiettivi della terapia rogersiana è quello di risanare  la discrepanza fra il sé e l’esperienza, facilitando nella persona la capacità di riappropriarsi dei propri vissuti, negati pur di gratificare il bisogno di accettazione positiva incondizionata. Per fare questo il terapeuta crea un clima di fiducia e di assenza di giudizio. Gli strumenti terapeutici considerati da Rogers come necessari e sufficienti a garantire una modificazione della personalità sono l’empatia, la considerazione positiva incondizionata e la congruenza. La congruenza è una condizione di consapevolezza e totale apertura del terapeuta alla propria esperienza, a tutto ciò che in ogni momento si affaccia alla sua coscienza ed è pronto a comunicarlo, se rilevante per il cliente. L’accettazione positiva incondizionata è una condizione di profondo rispetto verso il cliente priva di giudizi di valore; è la capacità del terapeuta di accettare l’altro senza giudizi, anche se possiede valori e una visione del mondo fortemente diversa; è la capacità di non giudicare ma di accogliere l’altro come persona. L’empatia è la capacità del terapeuta di comprendere il cliente immedesimandosi nel suo mondo come se fosse il proprio. Sentire l’ira, la paura, l’odio, il turbamento dell’altro senza aggiungervi la propria.

Un sano cambiamento terapeutico consente alla persona di liberarsi dalla tensione interiore e dall’ansia, di avere un concetto di sé più realistico, di adattarsi efficacemente alla realtà, di acquisire un sistema di valori profondamente radicato in sé e nella propria esperienza. La psicoterapia consente alla persona di riacquisire la capacità di essere in contatto con i propri bisogni, e con ciò il potere di fare delle scelte che siano profondamente e autenticamente sue. Il processo di cambiamento, inoltre  consente al cliente di percepire se stesso in modo più funzionale, come persona con più valore e più capacità di affrontare la vita. La persona tenderà  a fondare i propri criteri di valutazione all’interno e non all’esterno, a valutare le esperienze come positive o negative in funzione di una valutazione interna non influenzata dai giudizi altrui.

3.3 La psicoterapia bioenergetica

La psicoterapia bioenergetica fondata da Lowen nei primi anni ‘50, rielabora il concetto di energia psichica (libido) creato da Freud, noto in questo approccio come “bioenergia”, interpretando la personalità dell’uomo sulla base del corpo e dei suoi processi energetici. Potremmo definire l’Analisi Bioenergetica come una psicoterapia analitica e corporea, costituita da un’analisi profonda dei processi corporei e dal concetto di unità tra mente e corpo (ciò che avviene nel corpo riflette ed influenza ciò che avviene nella mente e viceversa): noi siamo i nostri pensieri, sensazioni, emozioni, azioni, impulsi.

Ogni forma di stress causa una tensione muscolare che può divenire cronica e impedire il libero fluire di energia; al proposito sostiene Lowen: “Simili tensioni muscolari croniche disturbano la salute emotiva abbassando l’energia di un individuo, limitandone la motilità e l’auto espressione”. Una persona il cui flusso di energia è bloccato perde una parte della sua vitalità e della sua personalità, tanto da sentirsi depressa.

La bioenergetica, favorisce l’autoconsapevolezza (psichica e corporea) e il consolidamento del contatto con la realtà, sia esterna che interna. Si chiama “grounding”, quel processo per cui una persona si sente radicata nella terra (cioè nell’ambiente in cui vive) e profondamente se stessa nel momento in cui supera i conflitti e ristabilisce il naturale fluire di energia nel proprio corpo, ristabilendo così  l’armonia interna.

Per avere un buon contatto con se stessi e con il mondo è indispensabile che l’energia fluisca liberamente, in quegli organi di senso che sono a contatto diretto con il mondo esterno: organi di senso, braccia e mani, pelle e organi sessuali. Nelle fasi iniziali dello sviluppo, l’energia fluisce liberamente, ma molto presto incontra rifiuto, umiliazione e disapprovazione. Si impara così a controllare le emozioni e a bloccare l’energia, creando delle tensioni corporee che accompagnano costantemente: i blocchi nella gola e nella mascella ci impediscono di piangere, ma anche di gioire; i blocchi nelle spalle e nelle mani ci impediscono di picchiare ma anche di abbracciare; i blocchi nella vita ci impediscono di piangere e gridare ma anche di respirare liberamente; i blocchi nelle gambe e nei piedi ostacolano la spinta alla ribellione ma anche la capacità di stare in piedi ed essere indipendenti.

Secondo Lowen, finché avremo l’illusione di poter ottenere da adulti quello che ci è mancato da bambini saremo destinati a fallire. Nessun amore ci potrà restituire l’esperienza perduta di essere accettati e amati da bambini perché abbiamo messo in atto dei blocchi che hanno limitato la nostra esperienza. Attraverso la terapia è possibile allentare questi blocchi, rivivere il desiderio di essere accettati e amati per ciò che si è, la profonda tristezza per aver desiderato invano e procedere oltre abbandonando le illusioni perdute.

La terapia è un processo, in cui il terapeuta sostiene la persona nella complicata ricerca di sé, contemporaneamente su due piani: mentale e corporeo. La prima fase della terapia consiste nel prendere contatto con i meccanismi di difesa, psicologici e corporei che si nascondono dietro il comportamento, le emozioni e le tensioni muscolari; questa prima fase si svolge con tecniche corporee per sviluppare e liberare energia. La seconda fase consiste nell’accettare le difese e nell’esplorare le parti più sconosciute di sé, i blocchi, le tensioni; si procede verso un’integrazione delle parti distruttive e costruttive per affrontare l’aggressività e l’odio rimosso, con tecniche respiratorie e vocali. La terza fase consiste nel superamento dell’odio e dei sentimenti rimossi. In sostanza, l’analisi bioenergetica propone di “arrendersi al corpo” attraverso un percorso di superamento delle difese e di riconciliazione con esso, per giungere ad una maggiore conoscenza, equilibrio ed espressione creativa di sé.

4. La psicoterapia sistemica e familiare

La psicoterapia sistemica è un indirizzo psicologico sviluppatosi negli anni Cinquanta a Palo Alto in California, dalla teoria dei sistemi, applicabile a diversi campi come la biologia, la medicina, la psicologia, ecc.

Il punto fondamentale  di questo approccio è il concetto di sistema, inteso come entità costituita da parti in relazione circolare tra loro: cioè non c’è una causa che determina un effetto specifico, ma più elementi che si influenzano contemporaneamente tra loro.

Partendo da questi presupposti si può dire che tutti gli esseri possono essere considerati sistemi aperti (animali, uomini, gruppi, organizzazioni), perché hanno uno scambio con l’ambiente esterno per sopravvivere. Ogni sistema sviluppa delle strategie per regolare i rapporti all’interno e gli scambi con l’esterno ed è efficace nella misura in cui realizza un grado di coerenza interna e di interdipendenza tra gli elementi. Secondo questo approccio infatti, è più importante comprendere l’organizzazione e  le relazioni tra le parti del sistema piuttosto che isolare le parti. Quando un sistema si allontana dal suo stato di equilibrio, dà un input che provoca una fase di riorganizzazione incerta e aperta a qualsiasi sviluppo. In questa fase si inserisce la terapia, nella quale il terapeuta grazie alle sue comunicazioni e teorie di riferimento, è considerato come un sistema che entra in contatto con un altro sistema (che è il paziente, il gruppo, la famiglia o la comunità) aiutandolo a svilupparsi.

L’approccio sistemico nasce dal lavoro di diversi ricercatori che considerano inscindibili la persona e il contesto in cui vive ed elaborarono una serie di concetti fondamentali: l’uomo deve comunicare per avere una stabilità emotiva; la comunicazione garantisce stabilità e adattamento al sistema (insieme di più persone); è impossibile non comunicare (anche il silenzio è una comunicazione); ogni parte del sistema è in rapporto con tutte le altre parti; un sistema è più della somma delle parti ed ha caratteristiche proprie; i risultati finali dipendono dal processo, non dalle condizioni iniziali; la famiglia è un sistema che tende ad essere stabile, in molti casi l’esistenza di un membro malato serve a mantenere il sistema in equilibrio; il sistema familiare è aperto che cambia attraverso lo scambio con l’ambiente.

Questo approccio centra l’attenzione sul sistema famiglia, ipotizzando l’esistenza di alcuni modi di comunicare disfunzionali al suo interno, che possono portare al disturbo psicologico di uno o più membri: invischiamento (coinvolgimento eccessivo, in cui non si rispettano i confini delle persone e o dei ruoli tra genitori e figli); iperprotettività (preoccupazione reciproca per il benessere reciproco, questo atteggiamento può ostacolare l’autonomia dei figli); rigidità (famiglia fortemente chiusa al cambiamento e rigidamente impegnata a mantenere lo status quo); mancanza di risoluzione del conflitto (bassa tolleranza al conflitto per rigidità o iperprotettività, che impedisce l’integrazione di punti di vista diversi).

La terapia sistemica, parte dal presupposto che il disagio psichico (ansia, depressione fino ai disturbi più gravi) è sempre legato ai rapporti interni al sistema di appartenenza, come la famiglia di origine. Ogni volta che un sistema si allontana dallo stato di equilibrio, nasce una fase di riorganizzazione incerta e aperta a qualsiasi sviluppo. Il terapeuta entra in relazione con il sistema offrendo delle informazioni e cercando gli atteggiamenti più funzionali al cambiamento senza minacciare la sua integrità.

Così come un individuo si evolve nella vita, anche le relazioni tra persone si evolvono attraverso tappe successive. Ci sono cambiamenti nella coppia, nella famiglia, nei gruppi di lavoro, ecc. Ad esempio, in famiglia ci sono grossi cambiamenti quando i figli diventano adolescenti. Anche la coppia ha una propria evoluzione: si passa dall’innamoramento, alla convivenza, al matrimonio, alla nascita dei figli. Le regole della relazione sono ritrattate, si passa un periodo di relativo malessere e si evolve verso un periodo di nuovo equilibrio che tenga conto dei cambiamenti avvenuti.

La terapia si rivolge a singole persone o a famiglie, con l’obiettivo di modificare e rendere più funzionale il modo di percepire se stessi, e le relazioni. Un tipo particolare di terapia sistemica è la terapia familiare in cui tutta la famiglia partecipa alla terapia. Il lavoro è centrato sull’analisi delle comunicazioni familiari tra i membri, sull’osservazione dell’organizzazione della famiglia, sulla modifica delle regole interne al sistema e sul cambiamento dei significati disfunzionali. Secondo questa visione, la modifica del sistema familiare, attraverso la comprensione delle regole e del modo di funzionare della famiglia nel suo insieme, ha conseguenze positive per i singoli membri.


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1 Response to “il mare delle psicoterapie”


  1. 1 Michele Lamonaca 2 novembre 2010 alle 19:39

    Cercando in Internet qualche documento che mi potesse spiegare meglio il concetto di Carl Rogers in merito alla “Social mediastion” sono arrivato al suo blog e con il documento “Il mare delle psicoterapie” mi sono salvato in corner per quanto riguarda quello che mi aspetta domani. Sono uno studente attempato di Psicologia e sto frequentando anche un biennio di Counselling and Psychotherapy che e’ fuori del mio percorso di laurea. Carl Rogers mi sembrava difficile da metabolizzare a livello di studio, grazie al suo documento introduttivo sulla sua teoria mi sembra piu’ facile e piu’ accessibile. La teoria di Rogers spiegata e letta in inglese e’ incomprensibile perche’ scritta con grossi paroloni talvolta fuori uso, faccio riferimento al libro di Mearns e Thorne. L’uso delle parole semplici e dirette che lei ha usato hanno dato un approccio piu’ veloce alla lettura e alla comprensione della panoramica che ha fatto sulla teoria di Rogers. Quasi mi piace, sara’ che dovro’ deviare le mie attenzioni dal psychodinamic al person-centred approach.
    Grazie.
    Michele Lamonaca


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