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“SIAMO NATI PER EMOZIONARCI”

E.Hopper
(E.Hopper)

“Siamo nati per emozionarci” anche la scienza ce lo dice…
Le emozioni, ci accompagnano silenziosamente, altre volte, negate o rinnegate, urlano per farsi sentire.
Se solo potessimo fidarci di più, il nostro tempo sarebbe più ricco, le nostre scelte più complete, la nostra solitudine meno spaventosa, le nostre relazioni più autentiche, la nostra normalità meno noiosa.

http://www.iodonna.it/personaggi/interviste-gallery/2015/12/18/vittorio-gallese-lo-studioso-dei-neuroni-specchio-siamo-nati-per-emozionarci/

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Aver cura della propria esperienza

Per molto tempo mi era sembrato che la vita, la vita reale, stesse per cominciare. Ma c’era sempre qualche ostacolo lungo il percorso, una prova da superare, una questione irrisolta, del tempo da dedicare a qualcos’altro, un debito da pagare. Poi la vita sarebbe cominciata: Alla fine ho capito che questi ostacoli erano la mia vita” (Tratto da “A Jennifer con amore” di James Patternson)

E ho iniziato a vivere i miei giorni come se fossero tutti ugualmente importanti.

Un tempo però banalizzavo le abitudini, e senza rendermene conto lasciavo scorrere il mio tempo aspettando un futuro che inseguivo ardentemente, che mai arrivava. Iniziavo a diventare impaziente nell’ attesa, poi insoddisfatta, poi delusa, poi triste, con la sensazione di non avere memorie, né momenti da salvare in cui trovare rifugio e conforto.

Sentivo correr via il mio tempo senza poter fermare attimi e sensazioni. Lasciavo svanire la mia storia nell’oblio, nella noia, nell’assenza: una sensazione di impotenza e di profonda delusione per ciò che ero diventata, arida, povera, chiusa, illusa e delusa nell’aspettativa di rincorrere un ideale che, illusoriamente, sembrava nascondere il segreto della mia felicità.

Stranamente però, non raggiungevo mai quella sensazione di pace e di piena soddisfazione; un misto di angoscia e impazienza  occupava i miei spazi, mente divenivo sempre più insofferente alla mia insofferenza.

Poi ad un tratto ho iniziato ad aver paura di perdermi e impercettibilmente, senza rendermene conto,  a desiderare presenza, la mia.

Accettare e ascoltare: parole che continuano a risuonarmi nelle orecchie e nel cuore.

La più difficile conquista della mia vita, eppure la cosa migliore che potessi regalare a me stessa.  La mia salvezza è stata dunque l’esperienza di ascoltare la paura di non essere abbastanza, di non corrispondere all’ideale di me, di non avere una vita perfetta, e riconoscere in questa iniziale percezione di mancanza una reale opportunità. (Tratto dalla mia esperienza come persona e come terapeuta)

In fondo cosa siamo, se non la nostra storia, la nostra esperienza?

Questa, la chiave del cambiamento reale, un cambiamento possibile che passa attraverso l’esperienza e la fatica di accoglierla.

Diversamente, nell’inseguire acriticamente rigidi modelli di riferimento, rischiamo di offuscare la nostra storia in un tempo indefinito di oblio; rischiamo di perderci in sensazioni vuote o confuse da angoscia.

Aver fiducia nella propria esperienza e nella propria capacità di essere presenti a se stessi, è un obiettivo non facile da raggiungere quando si è abituati a  giudicare il valore personale, unicamente sulla base dei successi. Troppo spesso, affrontiamo  la vita sottoponendoci al vaglio del giudizio proprio e altrui sulla base dei risultati ottenuti. Ma rischiamo  di dimenticare il valore imprescindibile di sé, al di là degli errori, degli sbagli, degli intoppi, dei rallentamenti, dei propri limiti.

Due frasi di Rogers continuano ad orientare la mia crescita personale e professionale: “Tutto quello che sono è sufficiente, se solo riesco ad esserlo” (Carl Rogers, Potere Personale) e “L’esperienza è per me la maggior autorità”. (Carl Rogers, La terapia centrata sul cliente)

– Una tendenza positiva:

Esiste nell’essere umano una forza essenzialmente positiva, che Rogers chiama tendenza attualizzante. L’uomo possiede dunque una energia che, quando non viene ostacolata, lo spinge naturalmente verso ciò che è il suo bene.

La psicoterapia ha la funzione di facilitare il cambiamento  e consentire a questa forza di operare in direzione dell’autorealizzazione personale. Si tratta di una tendenza che ha bisogno di un contesto di relazioni umane positive per poter funzionare e che tende a preservare la vita, a difendere dalla minaccia, a orientare verso la crescita e attualizzare le proprie potenzialità.

Il comportamento della persona è motivato dalla tendenza attualizzante perché esprime il tentativo di soddisfare i bisogni così come sono vissuti: quando la persona sente un bisogno, percepisce una tensione verso la soddisfazione. In quest’ottica, le emozioni, rappresentano la chiave di accesso alla persona, perché indicano la strada per accedere ai bisogni.

L’essere umano è considerato come un “agente di scelte, libero e responsabile”, la sua natura è positiva, degna di fiducia e razionale, quando la persona vive in accordo con essa.

Se la persona ha un “concetto di sé” realistico, cioè se c’è corrispondenza tra le qualità che pensa di possedere e quelle che realmente possiede, sarà congruente e potrà svilupparsi in modo autonomo e soddisfacente.

Ogni essere umano vive immerso nell’ esperienza in continuo cambiamento, di cui è il centro. L’esperienza o “campo fenomenico”, è il mondo privato della persona e comprende tutto ciò che vive in un dato momento, ne consegue che la persona reagisce non alla realtà, ma a come la vive internamente. Questo mondo privato, può essere conosciuto fino in fondo solo dalla persona stessa; da qui la convinzione che il terapeuta può facilitare la consapevolezza nel cliente, non sostituirsi a lui.

– il concetto di sè:

Rogers, spiega non solo come si forma la personalità, ma anche come nascono il disadattamento e il disturbo psichico. Per Rogers, il concetto di sé si forma nell’infanzia. Il bambino piccolo, sin dalla nascita,  sceglie o rifiuta le esperienze,  in rapporto al modo in cui possono agevolare o ostacolare le esigenze dell’organismo.  Inizialmente il bambino non è in grado di distinguere tra ciò che è “Io” da ciò che non lo è, solo in seguito, quando inizia a differenziarsi, si forma gradualmente il “concetto di sé”, che consiste nella percezione di sé, del sé in relazione agli altri e ai valori legati a tali percezioni.

Tuttavia, lo sviluppo del sé è determinato significativamente dalle valutazioni altrui, poiché si instaura un processo mediante il quale il bambino sente un forte bisogno di considerazione positiva rispetto alle persone significative. Se i genitori assicurano amore, stima, sicurezza e considerazione incondizionata, il suo “concetto di sé” si baserà sull’esperienza in modo libero e autonomo, nel senso che le esperienze saranno vissute coerentemente al “concetto di sé” e ai bisogni percepiti. La tendenza attualizzante guiderà il bambino e poi l’adulto verso la piena autorealizzazione. Se, viceversa, la considerazione positiva viene offerta in modo condizionato, al punto che il bambino percepisce il messaggio “Ti amo a condizione che tu…(come ti voglio)”, il bambino (che è bisognoso di tale considerazione), interiorizzerà  valori, mete, modi di essere incongruenti con la propria valutazione organismica. In questo modo il “concetto di sé” si formerà su basi esterne e rigide e le esperienze verranno  selezionate o distorte pur di mantenere la coerenza interna, esse non fluiranno più liberamente in accordo con l’organismo e con la tendenza attualizzante.

Difatti, quando la rottura tra il concetto di sé e l’esperienza è troppo grande e le difese non svolgono più la loro funzione di protezione, nasce uno stato di incoerenza interna e il disagio psicologico.

– la terapia:

Uno degli obiettivi della terapia rogersiana è quello di risanare  la discrepanza fra il sé e l’esperienza, facilitando nella persona la capacità di riappropriarsi dei propri vissuti, negati pur di gratificare il bisogno di accettazione positiva incondizionata. Per fare questo il terapeuta crea un clima di fiducia e di assenza di giudizio. Gli strumenti terapeutici considerati da Rogers come necessari e sufficienti a garantire una modificazione della personalità sono l’empatia, la considerazione positiva incondizionata e la congruenza. La congruenza è una condizione di consapevolezza e totale apertura del terapeuta alla propria esperienza, a tutto ciò che in ogni momento si affaccia alla sua coscienza ed è pronto a comunicarlo, se rilevante per il cliente. L’accettazione positiva incondizionata è una condizione di profondo rispetto verso il cliente priva di giudizi di valore; è la capacità del terapeuta di accettare l’altro senza giudizi, anche se possiede valori e una visione del mondo fortemente diversa; è la capacità di non giudicare ma di accogliere l’altro come persona. L’empatia è la capacità del terapeuta di comprendere il cliente immedesimandosi nel suo mondo come se fosse il proprio. Sentire l’ira, la paura, l’odio, il turbamento dell’altro senza aggiungervi la propria.

– il cambiamento:

Un sano cambiamento terapeutico consente alla persona di liberarsi dalla tensione interiore e dall’ansia, di avere un concetto di sé più realistico, di adattarsi efficacemente alla realtà, di acquisire un sistema di valori profondamente radicato in sé e nella propria esperienza. La psicoterapia consente alla persona di riacquisire la capacità di essere in contatto con i propri bisogni, e con ciò il potere di fare delle scelte che siano profondamente e autenticamente sue. Il processo di cambiamento, inoltre  consente al cliente di percepire se stesso in modo più funzionale, come persona con più valore e più capacità di affrontare la vita. In tal modo,  la persona tenderà  a fondare i propri criteri di valutazione all’interno e non all’esterno, a considerare le esperienze come positive o negative in funzione di una valutazione interna. Inizierà  porre le basi della propria libertà e responsabilità.

La vita:

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la psicoterapia: una prospettiva di cambiamento

flying-seagull-1635494Si può cambiare con la parola? Si può guarire con farmaci? I pareri al riguardo sono discordanti. Alcuni modelli diffusi nella società ci dicono come dovremmo essere: dovremmo essere efficaci in ogni circostanza, non chiedere mai aiuto, non sbagliare mai, trovare la soluzione migliore nel minor tempo possibile. Si propongono guarigioni rapide: esiste una pillola per l’obesità, per la magrezza, per l’impotenza, ma ci si chiede se è realmente così anche per timidezza, insicurezza, ansia, tristezza, depressione, insonnia. Ci si chiede se basta davvero un farmaco per sconfiggere ansia e depressione con effetti duraturi nel tempo, come credono alcuni, convinti di poter assoggettare la mente al corpo.

Tuttavia, nella realtà non si può artificialmente operare una tale separazione: l’uomo è un essere complesso e irriducibile ad un insieme di muscoli e collegamenti nervosi, per questo occuparsi di mente e di corpo contemporaneamente rende rispetto alla complessità della natura umana.

La psicoterapia ha la funzione di aiutare la persona a realizzare il cambiamento, ad aumentare la propria consapevolezza, a sviluppare potere personale; il farmaco ha la funzione di attenuare la sintomatologia presentata dalla persona. Ciò che può funzionare realmente, non è certo una politica di esclusione reciproca, ma un’integrazione reale tra i due approcci alla natura umana, a fronte di una reale necessità.

Una definizione abbastanza neutrale della psicoterapia, che non tiene conto delle specificità di ogni scuola di pensiero, la descrive come un Incontro tra terapeuta e paziente/cliente, in cui si assume che il cliente sia bisognoso di aiuto e richieda cura o cambiamento, mentre il terapeuta possieda determinate qualità personali e un bagaglio di conoscenze, che utilizza per aiutare a produrre un cambiamento.

La relazione terapeutica, secondo Rogers è la chiave di accesso al cambiamento ed è caratterizzata da aspetti essenziali come il rispetto profondo per l’unicità della persona e della sua esperienza, una comprensione empatica non giudicante, accettazione positiva incondizionata e congruenza: ingredienti essenziali a garantire un clima terapeutico di libertà e sicurezza.

Ogni forma di psicoterapia, differisce per via dei concetti teorici, della visione della natura umana, del cambiamento e delle tecniche psicoterapeutiche, ma è possibile rintracciare alcuni approcci principali: psicoanalitico, cognitivo- comportamentale, umanistico e sistemico.

Nonostante i metodi terapeutici siano andati moltiplicandosi, a partire dalla fondazione della psicoanalisi, numerose ricerche scientifiche sull’ efficacia della psicoterapia hanno evidenziato alcuni dati fondamentali:

— nessun approccio terapeutico può vantare risultati positivi significativamente maggiori rispetto agli altri

— l’efficacia di un approccio terapeutico è dovuto, non tanto alle tecniche specifiche tipiche di ogni singolo metodo, quanto alla presenza di alcuni fattori comuni a ciascuno di essi

Si evidenzia l’ipotesi che il cambiamento terapeutico non sia dovuto direttamente all’uso di tecniche specifiche che caratterizzano un trattamento, (i cosiddetti fattori terapeutici specifici), ma alla presenza di fattori terapeutici comuni a diversi approcci, dei quali la ricerca ne ha individuati alcuni:

1) intensa esperienza affettiva: la possibilità di vivere una relazione emotiva molto forte, basata sulla fiducia e sulla sensazione di essere accettati incondizionatamente e compresi in maniera empatica. I terapeuti cioè mostrano interesse per il benessere del paziente ed incoraggiano la creazione di una relazione emotiva di fiducia e comunicazione

2) riorganizzazione cognitiva: il terapeuta facilita l’acquisizione di schemi mentali e nuovi modi di percepire sé stessi e la realtà

3) regolazione del comportamento: l’abbandono di inadeguati comportamenti e l’apprendimento di modalità più funzionali

4) contesto terapeutico (setting): l’esistenza di un ambiente sicuro, socialmente riconosciuto e protetto dal terapeuta che facilita il cambiamento

5) modello terapeutico: un orientamento teorico-pratico condiviso e accettato dal paziente e dal terapeuta

Grazie a queste ricerche, le rigide contrapposizioni esistenti in passato tra i vari metodi hanno lasciato spazio ad un maggior confronto e integrazione reciproca.

Ogni forma di psicoterapia custodisce una chiave di accesso alla persona attraverso l’inconscio, il pensiero, le emozioni, le percezioni, il comportamento, il corpo, le relazioni.

Oggi, grazie alla maggior fruibilità di informazioni, la persona che si avvicina al mondo della psicoterapia potrà fare scelte più consapevoli e congruenti rispetto alle proprie necessità o al proprio modo di essere, sentire e vivere.

La decisione di chiedere “aiuto” merita il più profondo riconoscimento e rispetto, perché porta con sé la sofferenza intima e purtroppo a volte la vergogna, per non essere capaci di farcela da soli, ma ha anche il valore di un’opportunità di cambiamento e di crescita oltre che di rinnovata esperienza di fiducia e speranza.

 

L’importanza della relazione madre- bambino nel primo anno di vita e fattori di rischio

La relazione tra madre e bambino, costituisce, sin dalla nascita, una risorsa fondamentale per lo sviluppo affettivo infantile. Ci si riferisce alla relazione con la madre o con il caregiver (ovvero la figura di riferimento principale che si prende cura del bambino in maniera continuativa).

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Esistono tuttavia delle condizioni di rischio che possono compromettere la qualità della relazione e conseguentemente anche la capacità del bambino di sviluppare al meglio le proprie competenze relazionali e il senso di sicurezza personale.

Secondo Sroufe (1996), il bambino impara a regolarsi proprio grazie all’esperienza di regolazione vissuta con la madre o con la persona che si prende cura di lui. La capacità di regolarsi e organizzarsi è fondamentale affinché il bambino impari ad affrontare efficacemente i fattori di stress durante la crescita.

Preservare il senso di una solida sicurezza emotiva attraverso una buona relazione, rappresenta dunque un importante obiettivo per organizzare le emozioni, i comportamenti e la valutazione di sé e delle relazioni interpersonali (Barone, 2007).

Durante l’interazione avvengono innumerevoli scambi di comunicazione e si stabilisce uno stato di connessione e reciproca regolazione delle emozioni. Tutto ciò è possibile grazie alla capacità della madre di comprendere empaticamente le emozioni, di anticipare i bisogni del bambino e di soddisfarli al momento giusto secondo una sincronia temporale (Tronick e Weinberg, 1997). Tuttavia è irrealistico pensare che una madre debba essere sempre presente ed empaticamente disponibile; infatti nella quotidianità  si verificano molteplici momenti di stress relazionale in cui il bambino è sregolato (piange, urla, richiama la madre) e la madre non è disponibile al momento. Solitamente, tra i 6 ed i 12 mesi, nella relazione i due partner sembrano consolidare la presenza dell’altro, alimentando un processo di comunicazione più complesso dove sintonizzazione, rottura e riparazione si alternano in modo continuo (Beebe e Lachmann, 2002; Sroufe,1995).

La capacità materna di riconoscere le rotture nella sintonia e di riconnettersi col bambino può offrire esperienze di rinnovata sicurezza e fortificare il senso di autoefficacia del bambino. Con la crescita, le coppie madre-bambino mostrano un aumento del loro livello di coordinazione, nei termini di corrispondenza e sincronia (Cohn e Tronick, 1989).

 

La qualità della relazione tra madre e bambino deriva dall’intreccio tra le precoci competenze del bambino e la capacità della madre di interpretarne adeguatamente i segnali, rispondendovi secondo modalità appropriate.

Nell’ambito delle relazioni significative, il bambino apprende progressivamente specifici stili di regolazione della propria tensione emotiva affidandosi alla disponibilità emotiva della madre (Emde, 1980; Sorce e Emde, 1981), la quale, fungendo da elemento regolatore esterno, ne modula gli stati emotivi interni. La corretta interpretazione dei segnali e delle richieste, anche implicite, del bambino si basa sulla tendenza della madre a non produrre distorsioni di significato in base alle proprie aspettative o inferenze, in quanto si fonda su una predisposizione empatica ed accogliente, che tiene conto soprattutto della lettura del suo stato affettivo (Stern, 1985).

La letteratura scientifica, evidenzia come le madri che presentano un rischio depressivo e in condizioni di stress psicosociale, manifestano una maggiore probabilità di condizionare la relazione col neonato interferendo con il processo di sviluppo di un solido senso di sicurezza personale. Le madri che presentano questo doppio rischio, mostrano una minore sensibilità e una più scarsa capacità di cooperazione, uno stato affettivo negativo, una più elevata presenza di comportamenti che interferiscono con lo stato affettivo del bambino. (Tambelli, A.M. Speranza, C. Trentini, F. Odorisio, 2010).

Le madri depresse mostrano importanti limitazioni nell’espressione degli affetti e una  difficoltà a sintonizzarsi con gli stati affettivi dei figli (Stern, 1989), non riuscendo ad accoglierne le emozioni e i bisogni di connessione emotiva. Tale atteggiamento protratto nel tempo, può progressivamente indurre i bambini a  rappresentare se stessi come non competenti e ad avere una scarsa fiducia nella relazione con la madre.

In sintesi, la depressione materna, associata al rischio di vari fattori di stress psicosociale (basso livello socio-economico; isolamento delle famiglie dal contesto sociale; difficoltà economiche e lavorative; disoccupazione; condizioni abitative inadeguate per igiene e spazi; emarginazione sociale), sembrerebbero i più forti elementi predittivi delle conseguenze negative nel bambino ad un anno di vita (Seifer, Dickstein, Sameroff, Magee e Hayden, 2001).

Pertanto, ampliare il focus sulla qualità della relazione con le figure di riferimento, consente di comprendere meglio il normale sviluppo del bambino, così come gli eventuali esiti in senso psicopatologico.

Per tale motivo, interventi che consentono di migliorare la qualità della relazione madre- bambino, hanno anche un valore altamente preventivo di futuri esiti psicopatologici nei bambini.

Gruppi di parola

I gruppi di Parola rivolti a figli di genitori separarti o che stanno affrontando la separazione, sono un efficace strumento di intervento in un momento familiare tanto delicato come la separazione.
I figli sono sempre coinvolti nella separazione dei genitori e a volte non sanno con chi parlare di come si sentono o di quello che pensano o non sanno come esprimere le loro emozioni.
Il gruppo di parola valorizza la condivisione e il contatto con le emozioni e i sentimenti talvolta difficili, legati all’esperienza della separazione familiare.
E’un luogo dove dar parola a quei pensieri che occupano la mente dei bambini senza trovare risposte efficaci, consentendo di rielaborarli in modo più efficace.
Il gruppo di parola costituisce un ponte che facilita la comunicazione tra i figli e i genitori, laddove si è inceppata a causa di conflitti, distacchi o qualunque altro fattore possa aver causato una frattura.
Il gruppo permette di esprimere ciò che i figli vivono, di fare liberamente delle domande e ottenere informazioni, di dar voce alle emozioni, di non sentirsi soli e trovare nel gruppo una rete di scambio, di trovare dei modi per comunicare più chiaramente con i genitori, vivere più serenamente i passaggi da un genitore all’altro.
Ma soprattutto,fare esperienza di un clima accogliente in cui affrontare tematiche importanti con l’aiuto di professionisti esperti nell’ascolto dei bisogni dei bambini che vivono la separazione.
Il gruppo di parola prevede 4 incontri della durata di due ore. Nell’ultima ora del quarto incontro è prevista la presenza dei genitori come importante momento di condivisione.

Incontro tra una persona psicologa e una persona psicotica…

Incontro tra una persona psicologa e una persona psicotica

“Nella mia esperienza…

… è efficace”

Qualità della presenza:

Essere presenti nel qui ed ora, autenticamente interessati all’altro e comunicarlo con la totalità del proprio sé, del proprio organismo, della propria esperienza.

Se sono presente, posso sentire in ogni momento dove sono e dove è l’altro; posso comprendere cosa sto vivendo nella relazione con quella particolare persona e posso sentire l’altro nella sua diversità. L’altro sente di non essere solo, sente una fiducia di base che gli dà un minimo di sicurezza, per potersi agganciare alla realtà e alla relazione. A volte basta la presenza di qualcuno, per assicurarsi la possibilità di risalita.

Se non si è soli, non ci si sente più senza aiuto, torna un po’ di voglia per continuare a combattere, torna un po’ di vita.

“Essere pazzi è come uno di quegli incubi in cui si cerca di chiamare aiuto ma non viene fuori la voce. Oppure la voce esce ma non c’è nessuno che senta o capisca. E non ci si può svegliare da questo incubo se non c’è qualcuno che ascolta e che aiuta a svegliarsi” (Laing, D. R., 1959, p.170).

La qualità della presenza è un aspetto indispensabile della relazione, ancor più con persone schizofreniche; è efficace perché la persona, nel caos della perdita di certezze, nella confusione tra il sé e il non sé, non si sente sola.La percezione della presenza di qualcuno che semplicemente “è”con tutto il suo spessore, ed é totalmente lì con lui nel qui ed ora, senza imporsi, con rispetto; che non si confonde nel caos ma mantiene una sua identità, dà contenimento perché mette dei confini tra il suo mondo e quello dell’altro.

La presenza di una persona che percepita come autentica, trasparente con senso di realtà, dà fiducia e speranza.

Considerare l’altro come persona nella sua totalità…

… non alla stregua dei suoi sintomi ma come una persona con delle difficoltà.

Guardare e ascoltare una persona e vedere i segni della schizofrenia come malattia, sono tutti modi per non comprenderlo.

Osservare e ascoltarlo semplicemente come essere umano, sono due cose radicalmente diverse.

Il terapeuta deve possedere una plasticità sufficiente per potersi trasporre in un altra modalità, una modalità aliena di vedere il mondo; deve necessariamente attingere alle proprie potenzialità psicotiche, senza per questo rinunciare alla sua salute mentale, con l’obiettivo di cogliere la dimensione esistenziale di quella persona.

E’ necessario comprendere come l’altro sente se stesso e il mondo in cui vive, il suo modo singolare di attribuire significato all’esperienza.

Bisogna comprendere l’altro senza distruggerlo;

L’altro sperimenterà una relazione diversa in cui la comprensione non sarà sinonimo di distruzione.

Nella mia esperienza, é stato efficace andare oltre l’impatto che aveva su di me un determinato comportamento; lo stesso comportamento assumeva un significato diverso se non dimenticavo la persona.

Considerare la persona nella sua complessità e rimandarla dà la possibilità all’altro di riappropriarsi della sua totalità.

La persona schizofrenica, cerca conferme della propria esistenza; nei momenti di crisi, la propria identità è scissa, disintegrata, frammentata; se anch’io dall’esterno continuo a vedere solo parte della sua esperienza darò una conferma della sua convinzione, del suo terrore; se la considero nella sua totalità, avrà una possibilità in più di rispecchiarsi in una visione più realistica di sé.

Comprensione empatica

Empatia intesa come il processo di sentire il mondo più intimo dei valori personali dell’altro, come se fosse proprio senza perdere mai la qualità del “come se”.

Secondo Jung, uno schizofrenico cessa di essere tale quando incontra qualcuno dal quale si sente compreso…

E’ nescessario potersi orientare come persona nello schema di riferimento dell’altro, anziché limitarsi a vederlo come un oggetto nel proprio mondo, senza giudicare anticipatamente dove sta il torto o la ragione. La capacità di fare questo è un requisito  essenziale per lavorare con gli psicotici.

L’utilizzo dell’empatia suscita diverse controversie, legate al fatto che le persone schizofreniche, appaiono in diversi casi anaffettive, con un vuoto nella memoria implicita, che impedisce loro di decodificare le emozioni e di simbolizzarle correttamente, come se fossero chiuse e irrigidite all’esperienza di contattare e di attribuire significato alle emozioni, in se stessi e negli altri.

Il rimando empatico, a volte, non facilita un cambiamento nel campo esperienziale dell’altro, come se non fosse la porta privilegiata per accedere all’“incontro”; altre volte può intensificare una dissociazione, un delirio o una paranoia.

Tuttavia, parlare di empatia o di rimando empatico, ha un significato diverso.

Nella mia esperienza, la comprensione empatica, a differenza del rimando è stata la chiave di accesso alla relazione.

Empatia, intesa come il processo di fare spazio all’altro, vedere il mondo come lui lo vede, non imporre i propri valori, o significati dall’esterno; ciò vuol dire rinunciare momentaneamente alle proprie certezze.

La possibilità di immergersi con rispetto nel mondo dell’altro come se fosse il proprio e allo stesso tempo tenere ben presente la qualità del “come se”, l’ancoraggio alla realtà e alla propria esperienza, sono in ogni momento, una risorsa insostituibile.

L’empatia accompagna costantemente la congruenza; come se fossero sempre accessibili alla consapevolezza. L’empatia, senza congruenza può diventare collusione o alimentare un sintomo di dissociazione dalla realtà; la congruenza senza empatia, può comportare la perdita di contatto con l’altro.

Posso comprendere meglio il significato di una difesa se comprendo empaticamente il vissuto che l’ha generata, ciò non vuol dire colludere, bensì rispettare il suo vissuto.

Congruenza e trasparenza

congruenza come apertura alla consapevolezza dell’esperienza e alla consapevolezza di sé.

Congruenza e trasparenza facilitano l’incontro e il contatto psicologico.

Un aspetto basilare della relazione, è avere una consapevolezza chiara di sé, dei segnali dell’organismo, del proprio vissuto nel momento attuale.

Ciò vuol dire fidarsi delle proprie sensazioni, accettare la propria esperienza;

Infatti, se non accetto un’emozione che sto vivendo non potrò comprenderla e viverla pienamente, cercherò di allontanarla dalla coscienza col risultato, di perdere il mio vissuto autentico, di perdere l’altro e la realtà del momento attuale, limitando e distorcendo la relazione.

Questa modatità è efficace con ogni individuo ma lo è molto di più, con persone profondamente disturbate, con chi è sensibile a ciò che sta accadendo nella relazione.

Il terapeuta, grazie alla sua apertura all’esperienza offre la possibilità di un incontro esistenziale tra due persone reali.

Lo schizofrenico può solo raramente, e con fatica, giovare di un “incontro”, ma sono questi i momenti più terapeutici.

La gamma di emozioni vissute e riconosciute nel qui ed ora aumenta e cambia, parallelamente all’accettazione di sé..

Nel lavoro con gli schizofrenici ho sperimentato spesso vissuti come l’impotenza, la paura, l’angoscia, il fastidio, il disgusto, il nulla, il vuoto, la confusione, lo smarrimento, il disagio del silenzio, il dispiacere e il dolore lacerante, la rabbia esplosiva, l’imbarazzo, lo sfinimento, il fallimento.

E’ stato importante non scappare da queste emozioni “scomode”, accettarle e comprenderle a fondo, ciò non é stato sempre facile perché ha comportato la messa in in discussione di alcuni costrutti.

Ad esempio mi sono resa conto che a volte mettevo in atto un comportamento direttivo, dispensavo consigli o interpretazioni, per non sentire la fatica di essere lì con loro in quel momento.

E’ più faticoso “stare” con loro utilizzando se stessi e la propria esperienza come strumento, anziché rifugiarsi in teorizzazioni rassicuranti.

Tempo fa, tendevo a non dare legittimità ad emozioni come la paura, a volte anche la rabbia.

La paura come sensazione di un pericolo imminente, è stata difficile da accettare, perché non si adatta al mio ideale di persona efficace: forte e coraggiosa.

Accettare questa emozione mi ha permesso di contattare e di significare anche altre forme di paura che non riguardavano me, ma ciò che viveva l’altro; mi ha permesso di sentire i momenti in cui questa paura era fondata e c’era un pericolo reale per l’altro, i momenti in cui si trattava di una paura legata alla mia storia, slegata dal qui ed ora; altre volte si è trattato di una paura persistente non vissuta completamente, che ho scelto di condividere. La congruenza diventava trasparenza e mi rendevo conto che, nel momento stesso in cui la esprimevo contestualizzandola, aveva un effetto sull’altro.

Diverse volte la trasparenza ha creato un cambiamento nell’altro, una piccola modificazione dell’espressione facciale, del tono della voce, della postura o della comunicazione: creava cioè contatto.

Contatto, inteso come condizione in cui, due persone sono in relazione, e ognuna di esse produce qualche differenza tale da poter essere percepita o subcepita, nel campo esperienziale dell’altro.

Altre volte il cambiamento é stato più palese, poiché l’altro riappropriandosi della possibilità di esprimere la propria paura non é stato annientato come temeva, ha sperimentato che vulnerabilità non é sinonimo di distruzione.

E’ importante portare nella relazione la ricchezza di tutte le emozioni percepite, affinché l’altro se ne possa riappropriare ed esprimerle liberamente.

Secondo Frieda Fromm Reichmann è sempre possibile stabilire un rapporto con gli altri, quando ciò non è possibile, il motivo risiede nelle difficoltà del terapeuta, non nella psicopatologia dell’altro (1952)

Accettazione positiva incondizionata:

… come sentimento spontaneo, positivo, senza condizioni o valutazioni.

L’accettazione positiva incondizionata è una calda accettazione, un affetto altruistico e non possessivo nei confronti dell’altro come persona separata; un affetto genuino che non gratifichi ciò di cui ha bisogno il terapeuta.

L’aggettivo “incondizionata” si riferisce al fatto che il terapeuta non pone condizioni di accettazione (“tu mi piaci se…”).

Il terapeuta stima le espressioni negative, difensive, regressive, asociali, mature e positive, senza distinzioni di sorta. Dà importanza all’altro come persona totale, valorizza ogni espressione e ogni facciata mostrata o nascosta del cliente.

Rogers sostiene che il terapeuta che intimamente sente di accettarlo di più, quando è razionale o normale più che quando è bizzarro o regressivo è meno efficace di un terapeuta che lo accetta incondizionatamente.

L’accettazione positiva incondizionata crea il clima di base per entrare in contatto, soprattutto in condizioni in cui questo contatto è arduo e profondamente temuto.

L’accettazione e la sospensione del giudizio, facilitano la fiducia.

Se la persona ha paura che il T. si arrabbi, o che non accetti parti di sé, le stesse parti di cui la persona si vergogna e non accetta, ovvero le più intime e vulnerabili, da difendere, allora come potrà aprirsi, come potrà far sì che questi sentimenti vengano fuori?

Un vissuto molto diffuso è la non accettazione di se stessi, la vacillante autostima, la vergogna profonda per le proprie debolezze; senza accettazione positiva incondizionata, l’altro continuerà a vergognarsi di sé e a nascondersi dal mio giudizio.

L’accettazione positiva incondizionata, fa sì che l’altro viva “la minaccia” in un clima che faciliti l’integrazione di elementi nuovi e la riorganizzazione del Sé.

Facilita il cambiamento e la riorganizzazione dell’esperienza.

L’altro sarà sempre più in grado di provare la considerazione positiva incondizionata verso se stesso.

La persona schizofrenica che ha ormai perso il contatto con la realtà, non può sentirsi viva, non trova questa sicurezza nel proprio intimo, perciò cerca conferme della propria esistenza all’esterno, nel fatto di essere visto, ascoltato, compreso, accettato.

Comunicazione

Congruenza o trasparenza, comprensione empatica, accettazione positiva incondizionata, sono efficaci se comunicate e percepite dall’altro: questa è la condizione più difficile da realizzare con la persona schizofrenica.

“Debbo essere non solo sensibile a ciò che avviene in me, alla corrente di sentimenti del mio cliente, ma debbo essere sensibile anche al modo in cui il cliente riceve le mie comunicazioni. Specialmente con persone molto disturbate, l’empatia può essere percepita come mancanza di impegno, che l’accettazione incondizionata può essere percepita come indifferenza, il calore può essere percepito come vicinanza minacciosa, i miei sentimenti più reali possono essere percepiti come falsi. Vorrei comportarmi ed entrare in rapporto secondo modalità chiare per quella particolare persona, cosicché ciò che sto provando nei suoi confronti, possa venir percepito da lui in modo non ambiguo.”  (C. Rogers, 1970, pag. 96)

Queste condizioni, come possono essere comunicate ad un individuo sospettoso che si ritrae dalla relazione, dal contatto e dalla realtà?

I terapeuti possono comunicarle utilizzando una modalità congruente con il proprio modo di essere.

Secondo Rogers, se il terapeuta è in grado di vivere le condizioni e se sente di essere genuinamente interessato, se ciò che “è” e che sente nella relazione è completamente aperto all’altro, se utilizza una varietà di modi personali per comunicare queste attitudini al cliente, non sarà sempre un successo; ma se il cliente sperimenta alcuni livelli di queste attitudini nella relazione, il processo terapeutico si avvierà al cambiamento.

Un altro aspetto problematico della relazione terapeutica con gli schizofrenici è la possibilità di creare un contatto psicologico, tra il terapeuta e il cliente.

Nella mia esperienza ho notato che mantenere alta la qualità della presenza e uno stato di congruenza, facilitano il contatto.

Essere ancorati alla realtà

Nei momenti di caos e di maggior difficoltà, anche quando sentivo con-fuso il mio vissuto, ho trovato efficace ancorarmi alla realtà concreta, osservabile.

Osservare la realtà, allontanandosi per un momento dalla con- fusione dei vissuti, delle emozioni, delle percezioni, permette di posizionarsi ad una certa distanza, in cui si può mettere a fuoco con più chiarezza i confini, i limiti, i significati.

Contenimento

Quando si presentano una forte incongruenza, dissociazione e isolamento, è importante offrire contenimento.

Ci sono molteplici modalità di contenere le angosce psicotiche, il contenimento è efficace quando è coerente con il proprio modo di essere, e l’esperienza vissuta in quel momento.

Autenticità

Essere se stessi, non assumere ruoli o comportamenti di facciata.

Nella mia esperienza, quando ho assunto il ruolo dell’operatore che doveva essere efficace e doveva assolutamente ottenere dei risultati osservabili per confermare questa aspettativa, funzionavo meno. Il mio comportamento era orientato a sedare la mia ansia, a rassicurarmi; in questi casi diventavo direttiva, perdevo l’altro e me stessa, smarrivo il mio vissuto e mi sentivo meno efficace come una profezia che si auto- avvera.

Nella mia esperienza

… non è efficace”

Nella mia esperienza non è efficace fingere, mostrare di essere più interessati di ciò che si é; voler essere a tutti i costi “efficace”.

Questo costrutto impedisce di entrare in relazione e di sentire il flusso delle emozioni percezioni e vissuti; altera ingannevolmente ciò che si sente.

In egual modo, non è efficace coinvolgersi eccessivamente.

Entrambi gli aspetti si riferiscono alla mancanza di congruenza, non sono efficaci perché falsano la relazione e distorcono la percezione dell’esperienza.

La congruenza non è una condizione data, scontata, è una conquista continua, che si ottiene gradualmente e faticosamente.


Nella mia esperienza non è efficace credere di essere responsabili di tutto ciò che accade all’altro, nel bene e nel male.

A volte mi è capitato di vivere con senso di colpa qualche evento accaduto all’altro, ad esempio crisi, conflitti, fughe; questo vissuto di colpa, a ben vedere, nascondeva una sopravvalutazione di me e toglieva potere all’altro; in realtà mi rendeva più vulnerabile e sensibile agli eventi e distorceva la mia percezione.

Questo tipo di distorsione si è rivelata un’arma a doppio taglio perché se da un lato poteva gratificare apparentemente aspetti narcisistici della mia personalità, dall’altro mi iper-responsabilizza, inutilmente;

L’iper-coinvolgimento non è efficace perché comporta confusione e perdita di confini… il nucleo dell’esperienza schizofrenica.

Il malessere dell’altro esiste a prescindere, a volte la crisi è inevitabile, posso essere autenticamente interessato all’altro, fare dei tentativi, anche i più disparati per facilitare il contatto con sé; ma se non lo accetto per ciò che “è” con il suoi limiti e il suo potere, corro il rischio di non vederlo, e di vedere solo ciò che vorrei che fosse.

E’importante restituire potere e responsabilità all’altro.

Ancora una volta, in questa restituzione è fondamentale la congruenza e la percezione del limite tra il proprio vissuto e quello altrui.

… Non è efficace, pensare a priori, di non sbagliare, di fare sempre la cosa giusta;

… non è efficace sottrarsi alle proprie emozioni, pensare unicamente con la testa;

… non è efficace reagire alle provocazioni, è essenziale scavare dietro le proprie emozioni, comprenderle;

… non è efficace lavorare soli, è importante sentirsi parte di un gruppo di lavoro, poiché il senso di appartenenza a una squadra di lavoro alleggerisce, ripartisce il senso della responsabilità, arricchisce lo scambio e il confronto.

… non è efficace perdersi empaticamente nell’altro senza sentire dove si é… Sentire la confusione, ma al contempo sentire che non appartiene a noi…

Ai genitori


Essere genitori è uno dei compiti più impegnativi che possa esistere, ma è anche uno dei più complessi e gratificanti in quanto influisce direttamente nell’animo dei nostri figli: gli adulti di domani.

Nessuno, se non la nostra esperienza, ci insegna ad essere genitori. Ci si scontra quotidianamente con le proprie paure, responsabilità, limiti e potenzialità in un mondo in cui conta molto più “avere” anziché “essere”.

I manuali si occupano spesso di offrire informazioni sull’arte di essere genitori, offrendo utili spunti di riflessione per comprendere tale complessità, ma può capitare che il genitore si senta solo nel vivere la propria interiorità, i dubbi e  insicurezze che insorgono nella gestione dei problemi quotidiani.

Gli articoli, di seguito pubblicati costituiscono spunti di riflessione per aumentare le informazioni in possesso e per stimolare una discussione partecipata “in rete” al fine di ridimensionare la sensazione di solitudine.

“Essere genitori” vuol dire, non solo occuparsi di soddisfare i bisogni primari  e secondari dei propri figli, come offrire loro cibo acqua, un tetto, dei vestiti, dei giochi e tutto ciò che può essere utile per vivere, ma anche e soprattutto l’impegno di confrontarsi con la propria e la loro interiorità.

Si tratta di un rapporto unico, intimo e profondo che inevitabilmente mette a contatto con le proprie emozioni  più profonde, così come con i bisogni dei figli, in contesto di sensazioni amplificate.

I consigli su “come fare” devono essere integrati  da un riconoscimento interiore di possedere un intimo valore e un’ autorevolezza che prescindono dagli errori che si possono commettere. In tal modo si potrà attingere alla “propria saggezza interiore”, a ciò che di più profondo e creativo c’è in ognuno.

La consapevolezza, la fiducia e l’accettazione sono le fondamenta della propria  forza interiore, ciò che spinge ad essere più autentici e liberi di scegliere, ciò che facilita l’incontro e la vicinanza nelle relazioni con i propri figli e con gli altri.

“Essere genitori” vuol dire fidarsi della propria esperienza, della propria capacità di reagire e far fronte ai segnali talvolta enigmatici inviati dai figli, affinché possano crescere in modo sano e i genitori stessi, arricchirsi con loro in un processo di scambio.

“Essere genitori” vuol dire “essere nel presente”, il tempo che vivono i figli, e imparare a calare le conoscenze, i consigli e l’esperienza passata in ciò che si vive al momento. Quando si sentirà che le proprie energie saranno esaurite si dovranno trovare nuovi modi per fidarsi dei propri istinti, emozioni e bisogni .

Tutto ciò può essere emozionante, rischioso e rassicurante al tempo stesso, poiché si constata che non ci sono ricette preconfezionate che funzionano sempre e comunque, piuttosto ognuno deve trovare il proprio modo di essere, apprendendo da tutte le fonti utili e dalla fiducia nei propri istinti.

A volte, la bellezza di essere genitori, la sensazione di far parte di un meraviglioso, emozionante e faticoso territorio che ha stravolto la precedente vita, si perde nella banalità di ogni giorno. Se ci si lascia sopraffare dalle preoccupazioni che opprimono, si perde anche la  ricchezza del presente, nella convinzione che tutto ciò che accade può andar bene perché privo di conseguenze sui nostri figli.

L’infanzia è un momento di sfide ed emozioni forti in cui gli affetti profondi possono essere accolti e rispettati o traditi, feriti e al tempo stesso, passare inosservati da parte dei grandi. E’il periodo delle aspettative dei genitori sui figli, spinte che possono deviare lo sviluppo naturale delle loro potenzialità, provocando un’ intima sensazione di alienazione di sé.

E’ il tempo della spensieratezza, del presente, dell’assenza di passato, del tutto o niente, del qui ed ora.

E’ utile che i genitori, in questo delicato e impegnativo compito di accompagnare i figli nella vita, possano appropriarsi di ogni strumento di consapevolezza a loro disposizione, per non sentirsi soli e  sguarniti di fronte alle difficoltà e ai dubbi.

Dunque genitori … Buon cammino!


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