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L’importanza della relazione madre- bambino nel primo anno di vita e fattori di rischio

La relazione tra madre e bambino, costituisce, sin dalla nascita, una risorsa fondamentale per lo sviluppo affettivo infantile. Ci si riferisce alla relazione con la madre o con il caregiver (ovvero la figura di riferimento principale che si prende cura del bambino in maniera continuativa).

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Esistono tuttavia delle condizioni di rischio che possono compromettere la qualità della relazione e conseguentemente anche la capacità del bambino di sviluppare al meglio le proprie competenze relazionali e il senso di sicurezza personale.

Secondo Sroufe (1996), il bambino impara a regolarsi proprio grazie all’esperienza di regolazione vissuta con la madre o con la persona che si prende cura di lui. La capacità di regolarsi e organizzarsi è fondamentale affinché il bambino impari ad affrontare efficacemente i fattori di stress durante la crescita.

Preservare il senso di una solida sicurezza emotiva attraverso una buona relazione, rappresenta dunque un importante obiettivo per organizzare le emozioni, i comportamenti e la valutazione di sé e delle relazioni interpersonali (Barone, 2007).

Durante l’interazione avvengono innumerevoli scambi di comunicazione e si stabilisce uno stato di connessione e reciproca regolazione delle emozioni. Tutto ciò è possibile grazie alla capacità della madre di comprendere empaticamente le emozioni, di anticipare i bisogni del bambino e di soddisfarli al momento giusto secondo una sincronia temporale (Tronick e Weinberg, 1997). Tuttavia è irrealistico pensare che una madre debba essere sempre presente ed empaticamente disponibile; infatti nella quotidianità  si verificano molteplici momenti di stress relazionale in cui il bambino è sregolato (piange, urla, richiama la madre) e la madre non è disponibile al momento. Solitamente, tra i 6 ed i 12 mesi, nella relazione i due partner sembrano consolidare la presenza dell’altro, alimentando un processo di comunicazione più complesso dove sintonizzazione, rottura e riparazione si alternano in modo continuo (Beebe e Lachmann, 2002; Sroufe,1995).

La capacità materna di riconoscere le rotture nella sintonia e di riconnettersi col bambino può offrire esperienze di rinnovata sicurezza e fortificare il senso di autoefficacia del bambino. Con la crescita, le coppie madre-bambino mostrano un aumento del loro livello di coordinazione, nei termini di corrispondenza e sincronia (Cohn e Tronick, 1989).

 

La qualità della relazione tra madre e bambino deriva dall’intreccio tra le precoci competenze del bambino e la capacità della madre di interpretarne adeguatamente i segnali, rispondendovi secondo modalità appropriate.

Nell’ambito delle relazioni significative, il bambino apprende progressivamente specifici stili di regolazione della propria tensione emotiva affidandosi alla disponibilità emotiva della madre (Emde, 1980; Sorce e Emde, 1981), la quale, fungendo da elemento regolatore esterno, ne modula gli stati emotivi interni. La corretta interpretazione dei segnali e delle richieste, anche implicite, del bambino si basa sulla tendenza della madre a non produrre distorsioni di significato in base alle proprie aspettative o inferenze, in quanto si fonda su una predisposizione empatica ed accogliente, che tiene conto soprattutto della lettura del suo stato affettivo (Stern, 1985).

La letteratura scientifica, evidenzia come le madri che presentano un rischio depressivo e in condizioni di stress psicosociale, manifestano una maggiore probabilità di condizionare la relazione col neonato interferendo con il processo di sviluppo di un solido senso di sicurezza personale. Le madri che presentano questo doppio rischio, mostrano una minore sensibilità e una più scarsa capacità di cooperazione, uno stato affettivo negativo, una più elevata presenza di comportamenti che interferiscono con lo stato affettivo del bambino. (Tambelli, A.M. Speranza, C. Trentini, F. Odorisio, 2010).

Le madri depresse mostrano importanti limitazioni nell’espressione degli affetti e una  difficoltà a sintonizzarsi con gli stati affettivi dei figli (Stern, 1989), non riuscendo ad accoglierne le emozioni e i bisogni di connessione emotiva. Tale atteggiamento protratto nel tempo, può progressivamente indurre i bambini a  rappresentare se stessi come non competenti e ad avere una scarsa fiducia nella relazione con la madre.

In sintesi, la depressione materna, associata al rischio di vari fattori di stress psicosociale (basso livello socio-economico; isolamento delle famiglie dal contesto sociale; difficoltà economiche e lavorative; disoccupazione; condizioni abitative inadeguate per igiene e spazi; emarginazione sociale), sembrerebbero i più forti elementi predittivi delle conseguenze negative nel bambino ad un anno di vita (Seifer, Dickstein, Sameroff, Magee e Hayden, 2001).

Pertanto, ampliare il focus sulla qualità della relazione con le figure di riferimento, consente di comprendere meglio il normale sviluppo del bambino, così come gli eventuali esiti in senso psicopatologico.

Per tale motivo, interventi che consentono di migliorare la qualità della relazione madre- bambino, hanno anche un valore altamente preventivo di futuri esiti psicopatologici nei bambini.

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Incontro tra una persona psicologa e una persona psicotica…

Incontro tra una persona psicologa e una persona psicotica

“Nella mia esperienza…

… è efficace”

Qualità della presenza:

Essere presenti nel qui ed ora, autenticamente interessati all’altro e comunicarlo con la totalità del proprio sé, del proprio organismo, della propria esperienza.

Se sono presente, posso sentire in ogni momento dove sono e dove è l’altro; posso comprendere cosa sto vivendo nella relazione con quella particolare persona e posso sentire l’altro nella sua diversità. L’altro sente di non essere solo, sente una fiducia di base che gli dà un minimo di sicurezza, per potersi agganciare alla realtà e alla relazione. A volte basta la presenza di qualcuno, per assicurarsi la possibilità di risalita.

Se non si è soli, non ci si sente più senza aiuto, torna un po’ di voglia per continuare a combattere, torna un po’ di vita.

“Essere pazzi è come uno di quegli incubi in cui si cerca di chiamare aiuto ma non viene fuori la voce. Oppure la voce esce ma non c’è nessuno che senta o capisca. E non ci si può svegliare da questo incubo se non c’è qualcuno che ascolta e che aiuta a svegliarsi” (Laing, D. R., 1959, p.170).

La qualità della presenza è un aspetto indispensabile della relazione, ancor più con persone schizofreniche; è efficace perché la persona, nel caos della perdita di certezze, nella confusione tra il sé e il non sé, non si sente sola.La percezione della presenza di qualcuno che semplicemente “è”con tutto il suo spessore, ed é totalmente lì con lui nel qui ed ora, senza imporsi, con rispetto; che non si confonde nel caos ma mantiene una sua identità, dà contenimento perché mette dei confini tra il suo mondo e quello dell’altro.

La presenza di una persona che percepita come autentica, trasparente con senso di realtà, dà fiducia e speranza.

Considerare l’altro come persona nella sua totalità…

… non alla stregua dei suoi sintomi ma come una persona con delle difficoltà.

Guardare e ascoltare una persona e vedere i segni della schizofrenia come malattia, sono tutti modi per non comprenderlo.

Osservare e ascoltarlo semplicemente come essere umano, sono due cose radicalmente diverse.

Il terapeuta deve possedere una plasticità sufficiente per potersi trasporre in un altra modalità, una modalità aliena di vedere il mondo; deve necessariamente attingere alle proprie potenzialità psicotiche, senza per questo rinunciare alla sua salute mentale, con l’obiettivo di cogliere la dimensione esistenziale di quella persona.

E’ necessario comprendere come l’altro sente se stesso e il mondo in cui vive, il suo modo singolare di attribuire significato all’esperienza.

Bisogna comprendere l’altro senza distruggerlo;

L’altro sperimenterà una relazione diversa in cui la comprensione non sarà sinonimo di distruzione.

Nella mia esperienza, é stato efficace andare oltre l’impatto che aveva su di me un determinato comportamento; lo stesso comportamento assumeva un significato diverso se non dimenticavo la persona.

Considerare la persona nella sua complessità e rimandarla dà la possibilità all’altro di riappropriarsi della sua totalità.

La persona schizofrenica, cerca conferme della propria esistenza; nei momenti di crisi, la propria identità è scissa, disintegrata, frammentata; se anch’io dall’esterno continuo a vedere solo parte della sua esperienza darò una conferma della sua convinzione, del suo terrore; se la considero nella sua totalità, avrà una possibilità in più di rispecchiarsi in una visione più realistica di sé.

Comprensione empatica

Empatia intesa come il processo di sentire il mondo più intimo dei valori personali dell’altro, come se fosse proprio senza perdere mai la qualità del “come se”.

Secondo Jung, uno schizofrenico cessa di essere tale quando incontra qualcuno dal quale si sente compreso…

E’ nescessario potersi orientare come persona nello schema di riferimento dell’altro, anziché limitarsi a vederlo come un oggetto nel proprio mondo, senza giudicare anticipatamente dove sta il torto o la ragione. La capacità di fare questo è un requisito  essenziale per lavorare con gli psicotici.

L’utilizzo dell’empatia suscita diverse controversie, legate al fatto che le persone schizofreniche, appaiono in diversi casi anaffettive, con un vuoto nella memoria implicita, che impedisce loro di decodificare le emozioni e di simbolizzarle correttamente, come se fossero chiuse e irrigidite all’esperienza di contattare e di attribuire significato alle emozioni, in se stessi e negli altri.

Il rimando empatico, a volte, non facilita un cambiamento nel campo esperienziale dell’altro, come se non fosse la porta privilegiata per accedere all’“incontro”; altre volte può intensificare una dissociazione, un delirio o una paranoia.

Tuttavia, parlare di empatia o di rimando empatico, ha un significato diverso.

Nella mia esperienza, la comprensione empatica, a differenza del rimando è stata la chiave di accesso alla relazione.

Empatia, intesa come il processo di fare spazio all’altro, vedere il mondo come lui lo vede, non imporre i propri valori, o significati dall’esterno; ciò vuol dire rinunciare momentaneamente alle proprie certezze.

La possibilità di immergersi con rispetto nel mondo dell’altro come se fosse il proprio e allo stesso tempo tenere ben presente la qualità del “come se”, l’ancoraggio alla realtà e alla propria esperienza, sono in ogni momento, una risorsa insostituibile.

L’empatia accompagna costantemente la congruenza; come se fossero sempre accessibili alla consapevolezza. L’empatia, senza congruenza può diventare collusione o alimentare un sintomo di dissociazione dalla realtà; la congruenza senza empatia, può comportare la perdita di contatto con l’altro.

Posso comprendere meglio il significato di una difesa se comprendo empaticamente il vissuto che l’ha generata, ciò non vuol dire colludere, bensì rispettare il suo vissuto.

Congruenza e trasparenza

congruenza come apertura alla consapevolezza dell’esperienza e alla consapevolezza di sé.

Congruenza e trasparenza facilitano l’incontro e il contatto psicologico.

Un aspetto basilare della relazione, è avere una consapevolezza chiara di sé, dei segnali dell’organismo, del proprio vissuto nel momento attuale.

Ciò vuol dire fidarsi delle proprie sensazioni, accettare la propria esperienza;

Infatti, se non accetto un’emozione che sto vivendo non potrò comprenderla e viverla pienamente, cercherò di allontanarla dalla coscienza col risultato, di perdere il mio vissuto autentico, di perdere l’altro e la realtà del momento attuale, limitando e distorcendo la relazione.

Questa modatità è efficace con ogni individuo ma lo è molto di più, con persone profondamente disturbate, con chi è sensibile a ciò che sta accadendo nella relazione.

Il terapeuta, grazie alla sua apertura all’esperienza offre la possibilità di un incontro esistenziale tra due persone reali.

Lo schizofrenico può solo raramente, e con fatica, giovare di un “incontro”, ma sono questi i momenti più terapeutici.

La gamma di emozioni vissute e riconosciute nel qui ed ora aumenta e cambia, parallelamente all’accettazione di sé..

Nel lavoro con gli schizofrenici ho sperimentato spesso vissuti come l’impotenza, la paura, l’angoscia, il fastidio, il disgusto, il nulla, il vuoto, la confusione, lo smarrimento, il disagio del silenzio, il dispiacere e il dolore lacerante, la rabbia esplosiva, l’imbarazzo, lo sfinimento, il fallimento.

E’ stato importante non scappare da queste emozioni “scomode”, accettarle e comprenderle a fondo, ciò non é stato sempre facile perché ha comportato la messa in in discussione di alcuni costrutti.

Ad esempio mi sono resa conto che a volte mettevo in atto un comportamento direttivo, dispensavo consigli o interpretazioni, per non sentire la fatica di essere lì con loro in quel momento.

E’ più faticoso “stare” con loro utilizzando se stessi e la propria esperienza come strumento, anziché rifugiarsi in teorizzazioni rassicuranti.

Tempo fa, tendevo a non dare legittimità ad emozioni come la paura, a volte anche la rabbia.

La paura come sensazione di un pericolo imminente, è stata difficile da accettare, perché non si adatta al mio ideale di persona efficace: forte e coraggiosa.

Accettare questa emozione mi ha permesso di contattare e di significare anche altre forme di paura che non riguardavano me, ma ciò che viveva l’altro; mi ha permesso di sentire i momenti in cui questa paura era fondata e c’era un pericolo reale per l’altro, i momenti in cui si trattava di una paura legata alla mia storia, slegata dal qui ed ora; altre volte si è trattato di una paura persistente non vissuta completamente, che ho scelto di condividere. La congruenza diventava trasparenza e mi rendevo conto che, nel momento stesso in cui la esprimevo contestualizzandola, aveva un effetto sull’altro.

Diverse volte la trasparenza ha creato un cambiamento nell’altro, una piccola modificazione dell’espressione facciale, del tono della voce, della postura o della comunicazione: creava cioè contatto.

Contatto, inteso come condizione in cui, due persone sono in relazione, e ognuna di esse produce qualche differenza tale da poter essere percepita o subcepita, nel campo esperienziale dell’altro.

Altre volte il cambiamento é stato più palese, poiché l’altro riappropriandosi della possibilità di esprimere la propria paura non é stato annientato come temeva, ha sperimentato che vulnerabilità non é sinonimo di distruzione.

E’ importante portare nella relazione la ricchezza di tutte le emozioni percepite, affinché l’altro se ne possa riappropriare ed esprimerle liberamente.

Secondo Frieda Fromm Reichmann è sempre possibile stabilire un rapporto con gli altri, quando ciò non è possibile, il motivo risiede nelle difficoltà del terapeuta, non nella psicopatologia dell’altro (1952)

Accettazione positiva incondizionata:

… come sentimento spontaneo, positivo, senza condizioni o valutazioni.

L’accettazione positiva incondizionata è una calda accettazione, un affetto altruistico e non possessivo nei confronti dell’altro come persona separata; un affetto genuino che non gratifichi ciò di cui ha bisogno il terapeuta.

L’aggettivo “incondizionata” si riferisce al fatto che il terapeuta non pone condizioni di accettazione (“tu mi piaci se…”).

Il terapeuta stima le espressioni negative, difensive, regressive, asociali, mature e positive, senza distinzioni di sorta. Dà importanza all’altro come persona totale, valorizza ogni espressione e ogni facciata mostrata o nascosta del cliente.

Rogers sostiene che il terapeuta che intimamente sente di accettarlo di più, quando è razionale o normale più che quando è bizzarro o regressivo è meno efficace di un terapeuta che lo accetta incondizionatamente.

L’accettazione positiva incondizionata crea il clima di base per entrare in contatto, soprattutto in condizioni in cui questo contatto è arduo e profondamente temuto.

L’accettazione e la sospensione del giudizio, facilitano la fiducia.

Se la persona ha paura che il T. si arrabbi, o che non accetti parti di sé, le stesse parti di cui la persona si vergogna e non accetta, ovvero le più intime e vulnerabili, da difendere, allora come potrà aprirsi, come potrà far sì che questi sentimenti vengano fuori?

Un vissuto molto diffuso è la non accettazione di se stessi, la vacillante autostima, la vergogna profonda per le proprie debolezze; senza accettazione positiva incondizionata, l’altro continuerà a vergognarsi di sé e a nascondersi dal mio giudizio.

L’accettazione positiva incondizionata, fa sì che l’altro viva “la minaccia” in un clima che faciliti l’integrazione di elementi nuovi e la riorganizzazione del Sé.

Facilita il cambiamento e la riorganizzazione dell’esperienza.

L’altro sarà sempre più in grado di provare la considerazione positiva incondizionata verso se stesso.

La persona schizofrenica che ha ormai perso il contatto con la realtà, non può sentirsi viva, non trova questa sicurezza nel proprio intimo, perciò cerca conferme della propria esistenza all’esterno, nel fatto di essere visto, ascoltato, compreso, accettato.

Comunicazione

Congruenza o trasparenza, comprensione empatica, accettazione positiva incondizionata, sono efficaci se comunicate e percepite dall’altro: questa è la condizione più difficile da realizzare con la persona schizofrenica.

“Debbo essere non solo sensibile a ciò che avviene in me, alla corrente di sentimenti del mio cliente, ma debbo essere sensibile anche al modo in cui il cliente riceve le mie comunicazioni. Specialmente con persone molto disturbate, l’empatia può essere percepita come mancanza di impegno, che l’accettazione incondizionata può essere percepita come indifferenza, il calore può essere percepito come vicinanza minacciosa, i miei sentimenti più reali possono essere percepiti come falsi. Vorrei comportarmi ed entrare in rapporto secondo modalità chiare per quella particolare persona, cosicché ciò che sto provando nei suoi confronti, possa venir percepito da lui in modo non ambiguo.”  (C. Rogers, 1970, pag. 96)

Queste condizioni, come possono essere comunicate ad un individuo sospettoso che si ritrae dalla relazione, dal contatto e dalla realtà?

I terapeuti possono comunicarle utilizzando una modalità congruente con il proprio modo di essere.

Secondo Rogers, se il terapeuta è in grado di vivere le condizioni e se sente di essere genuinamente interessato, se ciò che “è” e che sente nella relazione è completamente aperto all’altro, se utilizza una varietà di modi personali per comunicare queste attitudini al cliente, non sarà sempre un successo; ma se il cliente sperimenta alcuni livelli di queste attitudini nella relazione, il processo terapeutico si avvierà al cambiamento.

Un altro aspetto problematico della relazione terapeutica con gli schizofrenici è la possibilità di creare un contatto psicologico, tra il terapeuta e il cliente.

Nella mia esperienza ho notato che mantenere alta la qualità della presenza e uno stato di congruenza, facilitano il contatto.

Essere ancorati alla realtà

Nei momenti di caos e di maggior difficoltà, anche quando sentivo con-fuso il mio vissuto, ho trovato efficace ancorarmi alla realtà concreta, osservabile.

Osservare la realtà, allontanandosi per un momento dalla con- fusione dei vissuti, delle emozioni, delle percezioni, permette di posizionarsi ad una certa distanza, in cui si può mettere a fuoco con più chiarezza i confini, i limiti, i significati.

Contenimento

Quando si presentano una forte incongruenza, dissociazione e isolamento, è importante offrire contenimento.

Ci sono molteplici modalità di contenere le angosce psicotiche, il contenimento è efficace quando è coerente con il proprio modo di essere, e l’esperienza vissuta in quel momento.

Autenticità

Essere se stessi, non assumere ruoli o comportamenti di facciata.

Nella mia esperienza, quando ho assunto il ruolo dell’operatore che doveva essere efficace e doveva assolutamente ottenere dei risultati osservabili per confermare questa aspettativa, funzionavo meno. Il mio comportamento era orientato a sedare la mia ansia, a rassicurarmi; in questi casi diventavo direttiva, perdevo l’altro e me stessa, smarrivo il mio vissuto e mi sentivo meno efficace come una profezia che si auto- avvera.

Nella mia esperienza

… non è efficace”

Nella mia esperienza non è efficace fingere, mostrare di essere più interessati di ciò che si é; voler essere a tutti i costi “efficace”.

Questo costrutto impedisce di entrare in relazione e di sentire il flusso delle emozioni percezioni e vissuti; altera ingannevolmente ciò che si sente.

In egual modo, non è efficace coinvolgersi eccessivamente.

Entrambi gli aspetti si riferiscono alla mancanza di congruenza, non sono efficaci perché falsano la relazione e distorcono la percezione dell’esperienza.

La congruenza non è una condizione data, scontata, è una conquista continua, che si ottiene gradualmente e faticosamente.


Nella mia esperienza non è efficace credere di essere responsabili di tutto ciò che accade all’altro, nel bene e nel male.

A volte mi è capitato di vivere con senso di colpa qualche evento accaduto all’altro, ad esempio crisi, conflitti, fughe; questo vissuto di colpa, a ben vedere, nascondeva una sopravvalutazione di me e toglieva potere all’altro; in realtà mi rendeva più vulnerabile e sensibile agli eventi e distorceva la mia percezione.

Questo tipo di distorsione si è rivelata un’arma a doppio taglio perché se da un lato poteva gratificare apparentemente aspetti narcisistici della mia personalità, dall’altro mi iper-responsabilizza, inutilmente;

L’iper-coinvolgimento non è efficace perché comporta confusione e perdita di confini… il nucleo dell’esperienza schizofrenica.

Il malessere dell’altro esiste a prescindere, a volte la crisi è inevitabile, posso essere autenticamente interessato all’altro, fare dei tentativi, anche i più disparati per facilitare il contatto con sé; ma se non lo accetto per ciò che “è” con il suoi limiti e il suo potere, corro il rischio di non vederlo, e di vedere solo ciò che vorrei che fosse.

E’importante restituire potere e responsabilità all’altro.

Ancora una volta, in questa restituzione è fondamentale la congruenza e la percezione del limite tra il proprio vissuto e quello altrui.

… Non è efficace, pensare a priori, di non sbagliare, di fare sempre la cosa giusta;

… non è efficace sottrarsi alle proprie emozioni, pensare unicamente con la testa;

… non è efficace reagire alle provocazioni, è essenziale scavare dietro le proprie emozioni, comprenderle;

… non è efficace lavorare soli, è importante sentirsi parte di un gruppo di lavoro, poiché il senso di appartenenza a una squadra di lavoro alleggerisce, ripartisce il senso della responsabilità, arricchisce lo scambio e il confronto.

… non è efficace perdersi empaticamente nell’altro senza sentire dove si é… Sentire la confusione, ma al contempo sentire che non appartiene a noi…

Ai genitori


Essere genitori è uno dei compiti più impegnativi che possa esistere, ma è anche uno dei più complessi e gratificanti in quanto influisce direttamente nell’animo dei nostri figli: gli adulti di domani.

Nessuno, se non la nostra esperienza, ci insegna ad essere genitori. Ci si scontra quotidianamente con le proprie paure, responsabilità, limiti e potenzialità in un mondo in cui conta molto più “avere” anziché “essere”.

I manuali si occupano spesso di offrire informazioni sull’arte di essere genitori, offrendo utili spunti di riflessione per comprendere tale complessità, ma può capitare che il genitore si senta solo nel vivere la propria interiorità, i dubbi e  insicurezze che insorgono nella gestione dei problemi quotidiani.

Gli articoli, di seguito pubblicati costituiscono spunti di riflessione per aumentare le informazioni in possesso e per stimolare una discussione partecipata “in rete” al fine di ridimensionare la sensazione di solitudine.

“Essere genitori” vuol dire, non solo occuparsi di soddisfare i bisogni primari  e secondari dei propri figli, come offrire loro cibo acqua, un tetto, dei vestiti, dei giochi e tutto ciò che può essere utile per vivere, ma anche e soprattutto l’impegno di confrontarsi con la propria e la loro interiorità.

Si tratta di un rapporto unico, intimo e profondo che inevitabilmente mette a contatto con le proprie emozioni  più profonde, così come con i bisogni dei figli, in contesto di sensazioni amplificate.

I consigli su “come fare” devono essere integrati  da un riconoscimento interiore di possedere un intimo valore e un’ autorevolezza che prescindono dagli errori che si possono commettere. In tal modo si potrà attingere alla “propria saggezza interiore”, a ciò che di più profondo e creativo c’è in ognuno.

La consapevolezza, la fiducia e l’accettazione sono le fondamenta della propria  forza interiore, ciò che spinge ad essere più autentici e liberi di scegliere, ciò che facilita l’incontro e la vicinanza nelle relazioni con i propri figli e con gli altri.

“Essere genitori” vuol dire fidarsi della propria esperienza, della propria capacità di reagire e far fronte ai segnali talvolta enigmatici inviati dai figli, affinché possano crescere in modo sano e i genitori stessi, arricchirsi con loro in un processo di scambio.

“Essere genitori” vuol dire “essere nel presente”, il tempo che vivono i figli, e imparare a calare le conoscenze, i consigli e l’esperienza passata in ciò che si vive al momento. Quando si sentirà che le proprie energie saranno esaurite si dovranno trovare nuovi modi per fidarsi dei propri istinti, emozioni e bisogni .

Tutto ciò può essere emozionante, rischioso e rassicurante al tempo stesso, poiché si constata che non ci sono ricette preconfezionate che funzionano sempre e comunque, piuttosto ognuno deve trovare il proprio modo di essere, apprendendo da tutte le fonti utili e dalla fiducia nei propri istinti.

A volte, la bellezza di essere genitori, la sensazione di far parte di un meraviglioso, emozionante e faticoso territorio che ha stravolto la precedente vita, si perde nella banalità di ogni giorno. Se ci si lascia sopraffare dalle preoccupazioni che opprimono, si perde anche la  ricchezza del presente, nella convinzione che tutto ciò che accade può andar bene perché privo di conseguenze sui nostri figli.

L’infanzia è un momento di sfide ed emozioni forti in cui gli affetti profondi possono essere accolti e rispettati o traditi, feriti e al tempo stesso, passare inosservati da parte dei grandi. E’il periodo delle aspettative dei genitori sui figli, spinte che possono deviare lo sviluppo naturale delle loro potenzialità, provocando un’ intima sensazione di alienazione di sé.

E’ il tempo della spensieratezza, del presente, dell’assenza di passato, del tutto o niente, del qui ed ora.

E’ utile che i genitori, in questo delicato e impegnativo compito di accompagnare i figli nella vita, possano appropriarsi di ogni strumento di consapevolezza a loro disposizione, per non sentirsi soli e  sguarniti di fronte alle difficoltà e ai dubbi.

Dunque genitori … Buon cammino!


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