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Il cibo e i suoi significati psicologici nell’infanzia

Durante l’allattamento, la vita del bambino ruota intorno al bisogno di nutrimento, alla ricerca della madre, del seno, del latte. In seguito allo svezzamento, non c’è più questo legame diretto, ma permane una forte identificazione tra il nutrimento e la figura materna.

Il rapporto con il cibo coinvolge  gli impulsi più istintivi della vita affettiva ed è carico di componenti psicologiche e affettive personali che possono interferire con una sana alimentazione.

L’alimentazione, infatti, è un momento quotidiano di confronto tra il bambino e la mamma, poiché oltre ad essere una complessa espressione di bisogni affettivi è soprattutto un mezzo legato alla sopravvivenza. Il cibo, come l’amore per la mamma è qualcosa di buono da far proprio, o da respinge quando assume una valenza negativa.

Se il bambino mangia, va tutto bene, se non mangia, diventa un indicatore di malessere che preoccupa, anche se spesso si tratta solo di un segnale legato all’indole del bambino o una fase della crescita.

Anche per il bambino , come per l’adulto il cibo ha un significato simbolico: “caldo” significa tenerezza e calore; “dolce” significa affetto e amore, alcuni alimenti come le fragole e le ciliegie esprimono un senso di gioia e allegria ogni bambino ha un suo linguaggio alimentare assolutamente privato.

Già da piccoli infatti ogni bambino esprime le proprie preferenze. Non è opportuno imporre al bambino un alimento che non gradisce. Gli impulsi orali legati al cibo sono molto forti al punto che sentirsi costretti ad ingerire qualcosa che disgusta viene vissuto come un atto ingiusto e sadico che si inscrive indelebilmente nella memoria, condizionando anche da adulti i gusti e la ripugnanza per alcune pietanze. Differentemente, il ricordo di alcuni cibi che si sono amati da piccoli suscita un inspiegabile senso di felicità e appagamento anche da grandi.

Il rapporto che si ha con il cibo è legato non solo alle esperienze vissute, alle emozioni percepite nell’infanzia che vengono immagazzinate con una particolare intensità, ma anche alle inclinazioni personali legate alla personalità e al carattere di ognuno.

Ad esempio il bambino goloso che accoglie il cibo come un dono, spesso affronta le nuove esperienze con lo stesso fiducioso approccio. Diversamente, il bambino diffidente che non si entusiasma per il cibo, poco curioso verso i cibi nuovi, in molti casi, lo è anche verso tutte quelle esperienze che rappresentano una novità.

Purtroppo, a volte, l’alimentazione si trasforma in un campo di battaglia per le famiglie impegnate nell’educazione dei figli, laddove i pasti potrebbero rappresentare un’occasione di relax e piacere, un momento conviviale in cui si riscopre il piacere di stare insieme e di condividere le proprie vite attraverso il cibo e i suoi significati.

Le riflessioni che emergono sono diverse, ma una domanda risuona a gran voce: Come fare per restituire ai pasti un significato positivo di condivisione e piacere?

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