dal mio passato…

                                                          Villa Adelaide …

 

Arrivai a villa Adelaide due mesi fa,  impaziente di iniziare questa nuova esperienza…

ImmagineEra il primo giorno di tirocinio. Mi sentivo agitata e incuriosita al tempo stesso, non riuscivo a prefigurarmi l’esperienza concreta di contatto con quel mondo tanto affascinante quanto sconosciuto; avevo solo sentito telefonicamente la psichiatra responsabile del centro; sapevo che quel giorno mi aspettava per le presentazioni “ufficiali” e per le comunicazioni “ufficiose”.

Il mio tutor mi aveva consigliato questo centro per “farmi le ossa”. ” E poi…”, diceva,

un’esperienza simile, quando ti ricapita? …E’ l’ultima generazione di pazienti psichiatrici deistituzionalizzati! Sono il vero prodotto della prima psichiatria!”.

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Al mio arrivo, fui accolta con entusiasmo da tutte. Mi ritrovai improvvisamente circondata da quindici simpatiche signore che mi abbracciavano e mi baciavano; rappresentavo per loro un’inaspettata novità. Ricordo di esser stata colpita dal loro  aspetto e dai modi di fare, erano perfettamente vestite e pettinate e tutte custodivano gelosamente un borsello sotto il braccio. Dopo i primi istanti di euforia, tornarono a sedersi in soggiorno e ripresero a fumare avidamente col borsello sotto il braccio. La mia agitazione scomparve dopo “l’assalto” iniziale e mi ritrovai piacevolmente divertita dall’atmosfera insolita che si respirava.

Era come immergersi in un sogno bizzarro con la consapevolezza di vivere, invece, la realtà.

A poco a poco cercai di conquistarmi la loro fiducia, impresa assai ardua considerando che il giorno dopo avevano già dimenticato il mio nome!

Così cercai di condividere i loro interessi, ed essendo accanite fumatrici e fanatiche di smalto per unghie, mi sono improvvisata all’occorrenza manicure e tra una sigaretta e l’altra, abbiamo intrapreso interessanti chiacchierate.

Come ogni comunità che si rispetti, emergono le diversità e si costruiscono dei personaggi di riferimento. A villa Adelaide abbiamo in particolare una “portiera” detta anche la “suocera”, Mariella, insostituibile fonte d’informazione su tutto ciò che accade quotidianamente, a volte, più efficiente del libro delle comunicazioni.

Un altro “personaggio” che emerge dal gruppo è sicuramente Eleonora; è la donna più intraprendente ed estroversa di villa Adelaide. In paese la conoscono tutti! Eleonora esce ogni mattina per andare a “lavorare”, torna spesso in comunità, durante la giornata, poiché con i soldi ricavati compra regali per la sua compagna prediletta, Bruna.

Ho conosciuto Bruna, Ilaria, Regina, Fiorella… come donne e mamme prima di tutto e come malate mentali dopo. Ciò che mi ha colpito principalmente é la loro sensibilità agli stati d’animo altrui; tuttavia, per esprimere le loro emozioni,  necessitano di stimoli forti.

Ilaria ad esempio passa giornate intere su una sedia spostandosi dal soggiorno al giardino, parla poco, ma ama cantare. E’ in concreto, un’incognita, é imprevedibile, chiusa, silenziosa. Inizialmente le parlavo senza ricevere alcuna risposta, poi ho notato un repentino cambiamento nei miei confronti, ha iniziato a salutarmi allegramente, ha iniziato a parlarmi, ma soprattutto, ha iniziato a chiamarmi durante le crisi di panico per rassicurarla. La sua intelligenza le ha permesso di capire un mio inconsapevole cambiamento, quando la mia curiosità si è tramutata in reale interesse nei suoi confronti è stata pronta ad entrare in contatto con me.

Ci sono giorni, a villa Adelaide, che sembrano non passare mai, sono i giorni in cui l’agitazione di una diviene l’agitazione di tutte! Gli stati d’animo si amplificano nel gruppo e coinvolgono il personale, poi tutto passa all’improvviso, senza alcuna ragione apparente.

Già… ne ha di lavoro il personale per assicurare una vita dignitosa alle signore!

La maggior parte delle infermiere, ha lavorato per anni al Santa Maria della Pietà, dove il contatto con le signore avveniva in un contesto di socializzazione del tutto diverso. Il manicomio era diviso in padiglioni, in ognuno dei quali erano ricoverati centinaia di pazienti, perciò non c’erano le condizioni materiali per sviluppare un rapporto produttivo, inoltre vigeva una cultura di autorità costrittiva. Oggi c’è un rapporto più paritario e meno formale, villa Adelaide rappresenta la loro casa e la loro famiglia.

A due mesi dal mio arrivo a villa Adelaide non hanno ancora imparato il mio nome, però ci chiamano “mamma”…

 

Valeria 

La gestione del conflitto familiare in un servizio pubblico: riflessioni di un terapeuta

 

 

Il servizio pubblico:

Le Unità Interdistrettuali per i Minori  (UIM)  istituite all’interno del Quadrante RM E, dei  quattro Municipi afferenti, (XVII, XVIII, XIX, XX) e del V Dipartimento del Comune di Roma rappresentano una rete di servizi a valenza strategica ed organizzativa per lo sviluppo dell’integrazione socio-sanitaria e della pianificazione integrata per quanto riguarda le politiche per l’infanzia e l’adolescenza.

La UIM  rappresenta un “luogo” che si realizza attraverso i processi di integrazione inter-istituzionale e risponde ai molteplici bisogni della famiglia, attraverso un intervento multidimensionale ed organico.

Tale integrazione si concretizza attraverso una conoscenza reciproca, invio e segnalazione di casi, scambio e condivisione di esperienze, progettazione comune e realizzazione sinergica di modalità di intervento e progetti su specifiche situazioni

Il Sistema Integrato di Servizi Interdistrettuali si pone come servizio di secondo livello che fornisce agli altri servizi territoriali un supporto altamente specialistico cui possono far riferimento per ottenere aiuto nei casi particolarmente complessi. Una realtà Istituzionale multidimensionale, implica un processo di integrazione che più realisticamente rispecchia la complessità dei bisogni del sistema famiglia.

 

Le linee di servizio che fanno parte del Sistema Integrato di Servizi Interdistrettuali: gestione del conflitto familiare; mediazione familiare; incontri protetti; consulenza legale; diagnostica psicologica e valutazione della genitorialità; servizi di psicoterapia a famiglie e minori; trattamento dell’abuso e maltrattamento.

 

La gestione del conflitto familiare:

Il lavoro del terapeuta è inserito in un contesto pubblico costituito da una realtà di integrazione, condivisione, scambio, dialogo, confronto inter Istituzionale e inter personale. Il gruppo di lavoro che opera nella linea di servizio “Gestione del conflitto familiare”  è costituito da psicologi e assistenti sociali

“Un’ azione professionale che interviene in quelle situazioni di conflitto della coppia che rischiano di compromettere la crescita psico-fisica dei figli. In tal senso il processo di gestione del conflitto tende a riportare la coppia in via di separazione alla centralità dell’azione genitoriale, ridefinendo la capacità individuale di riconoscere ed ordinare le aspettative, le priorità e gli interessi soggettivi” (Documento tecnico UIM) Laddove lo spazio mentale relativo ai bisogni dei figli è oscurato da un persistente conflitto, l’intervento di terzi promuove un riposizionamento dei genitori rispetto agli stessi.

“Come terapeuta, non posso affrontare nessun conflitto, se non mi lascio innanzitutto immergere nel pantano in cui le coppie in crisi drammaticamente si trovano, vivendolo dalla parte di ognuno dei contendenti e dalla parte del sistema- coppia esattamente per come da questi è vissuto” (A.M. Ferreri, 2005, p.109).

 

 Il conflitto:

Il conflitto, considerato come un aspetto inevitabile delle relazioni può essere gestino in maniera costruttiva o distruttiva. Il conflitto di coppia si può associare ad un vissuto di frustrazione rispetto alle aspettative implicite di felicità per una vita insieme. Può raggiungere un’intensità emotiva tale da non essere tollerata dai partner e o comportare un danno per i figli. Spesso durante un conflitto la comunicazione diviene unidirezionale e autoreferenziale, disconfermante e giudicante rispetto all’altro. E’ dinamico, imprevedibile, aperto, non lineare, dilagante, suscita emozioni intense: vivo.

La rabbia, solitamente accompagna le comunicazioni, può avere un andamento a picco per poi dissolversi quando si trova un accordo oppure può essere dilagante, l’altro è visto come un nemico e l’oggetto di discussione può passare in secondo piano. Aprirsi alla rabbia e ascoltare la rabbia sembra inevitabile in queste situazioni, apre alla possibilità di contattare le emozioni sottostanti ed esplorare i costrutti personali che possono distorcere la percezione di coppia  e impedire una corretta simbolizzazione dell’esperienza.

“Se ci liberiamo dalla preoccupazione di sedare la crisi, possiamo pensare che la tensione che portano in seduta è il maggior elemento di vitalità interpersonale disponibile al momento” (Andolfi, 1999, p.301)

Si caratterizza per l’arroccamento di ognuno dei partner sulle proprie posizioni, a causa di costrutti rigidi che provocano una condizione di isolamento: “Io sono corretto nel vedere la situazione, la mia posizione è l’unica giusta, tu hai torto” come in una sorta di egocentrismo cognitivo ed emozionale.

 

Riflessioni di un terapeuta

 

Il contesto Istituzionale influisce sensibilmente sulle aspettative, la motivazione, le resistenze, la disponibilità all’apertura/chiusura, la fiducia iniziale.

Si tratta di un dato di realtà che limita la libertà individuale di scelta ed influisce sui significati e sui vissuti iniziali.

Tale spazio può essere percepito con timore, sfiducia, sfida, provocazione, rabbia o frustrazione, sollievo  e de- responsabilizzazione.

Posso facilitare un processo di scelta e motivazione personale, in uno spazio pubblico in cui le Istituzioni e le Autorità Giudiziarie ne sanciscono la necessità?

 

Esiste a volte un divario tra sé ideale e concetto di Sé. Il concetto di sé può essere rigidamente legato a posizioni che confermano le proprie convinzioni e disconfermano l’altro come persona dotata di valore. Il clima conflittuale preservato e perseverato può avere il vantaggio secondario di  consentire la giusta distanza, una mancanza di contatto e condivisione rispetto a una ferita troppo dolorosa da accettare. Può accadere che le persone difendano le proprie posizioni più che considerare,  il proprio essere una persona complessa in relazione con un’altra persona complessa…

il conflitto può assumere la funzione di preservare il senso di sicurezza personale.

Come terapeuta attivo nel co- creare  uno spazio che offra a tutti la possibilità di comunicare con sicurezza, posso assicurare un clima di fiducia e sicurezza reciproca in un’atmosfera in cui le parti si sentono così profondamente ferite, vulnerabili, giudicate, esposte e attaccate?

 

Come non lasciarsi turbare dalla rabbia, quando la comunicazione diviene un’esperienza difficoltosa e poco  piacevole o quando il linguaggio di un utente può diventare anche imprevedibilmente insultante, umiliante e palesemente denigratorio nei confronti dell’altro?

Posso mantenere un atteggiamento di parzialità multidirezionale e di ascolto non giudicante nei confronti del sistema familiare e dei singoli membri, anche di quelli che tollero meno, o di quelli che si espongono meno?

 

Anche nelle situazioni più distruttive, in cui la rabbia è così intensa da non permette di percepire nient’altro che fatica e demoralizzazione, è sempre importante non perdere la speranza, la fiducia che qualcosa di diverso possa accadere. Come mantenere viva la speranza anche in quelle situazioni in cui si percepisce un senso di persistente rassegnazione e sfiducia?

 

Talvolta si riscontra una frattura perpetrata da un arroccamento su rigide posizioni e una difesa ad oltranza delle proprie convinzioni, ritenute le uniche giuste, un’incapacità di comprendere empaticamente l’altro e una tendenza a coinvolgere il terapeuta ad assumere posizioni disconfermanti rispetto all’altro. Come facilitare un processo di apertura e non lasciarsi manipolare dai bisogni individuali di essere confermati?

 

Dopo la fase iniziale di co- costruzione di un clima di fiducia potrà trovare spazio una maggiore condivisione dei problemi, dei vissuti, delle emozioni, dei bisogni, dei costrutti personali. Inizialmente, soprattutto, reazioni emotive automatiche, agite e non elaborate provocano rotture nella comunicazione. Come contenere gli agìti  violenti che emergono in  maniera violenta ed imprevedibile e preservare al contempo l’obiettivo di offrire a ognuno uno spazio sicuro in cui esprimere le proprie esperienze, i sentimenti, i punti di vista, creando una dimensione comunicativa funzionale all’estrinsecarsi della tendenza formativa e al recupero delle risorse?

 

L’incongruenza dell’utente può concretizzarsi in una de- responsabilizzazione di sé ed una iper-responsabilizzazione dell’altro rispetto alle conseguenze negative del proprio comportamento. La congruenza del terapeuta costituisce una notevole risorsa poiché è l’espressione stessa della libertà e responsabilità che facilita, nel processo di cambiamento dei clienti, un’assunzione di responsabilità e di riconoscimento del proprio potere personale. Sono consapevole di ciò che sto provando, lo esprimo congruentemente attraverso il linguaggio corporeo? Sono disponibile a rivelare agli utenti qualsiasi esperienza significativa ripetuta?

 

Il conflitto può produrre un “pantano”nel quale la coppia o la famiglia è immersa. Se non mi lascio immergere in questo pantano, difficilmente riuscirò a comprendere e a facilitare un processo di consapevolezza e cambiamento. Sono pronto ad immergermi con loro nel flusso rabbioso del conflitto senza lasciarmi turbare dal loro turbamento, senza lasciarmi spaventare dalla loro rabbia? Sono pronto a comprendere il dramma vissuto dalla parte di ognuno e dalla parte del sistema?

 

La congruenza, la capacità di accettare in modo incondizionato, di ascoltare empaticamente abbassano il senso di minaccia, facilitano le occasioni di incontro, soddisfano i bisogni interpersonali, possono consentire all’Io Difeso di contattare esperienze organismiche nuove e di trovare nuovi modi di simbolizzare la realtà. Ho fiducia nel processo  di cambiamento e nella tendenza attualizzante delle persone e del sistema, o devo controllare ciò che accade affinché non turbi il mio senso di autoefficacia?

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I nostri corsi per genitori e insegnanti

Ormai da diversi anni, l’associazione Observo Onlus, si occupa di organizzare corsi di formazione, in particolare rivolti a genitori, insegnanti e operatori che lavorano nel sociale.

L’esperienza maturata negli anni, ci ha fatto constatare l’importanza di uno spazio di riflessione comune sui problemi che quotidianamente si incontrano nella gestione dei figli, degli studenti e dei loro bisogni in una visione rispetti profondamente il benessere delle persone.

I corsi“Genitori Efficaci” e “Insegnanti Efficaci”, ad esempio, sono la versione italiana di Parent Effectiveness Training e fanno parte delle attività formative dell’Effectiveness Training International ideate da Thomas Gordon. I corsi uniscono la filosofia umanistica di Carl Rogers con la riflessione pedagogica, la ricerca metodologica e le tecniche didattiche più avanzate, nella definizione di un modello di formazione professionale capace di ottimizzare la qualità dell’esperienza educativa e il tempo di lavoro effettivamente utile e significativo, riducendo al minimo il malessere delle persone.

I corsi Gordon, si prefiggono come obiettivo generale quello di migliorare il rapporto genitori figli e in complesso le loro competenze relazionali. In particolare:

*              Imparare a leggere il comportamento.

*              Riconoscere situazioni problematiche e capire “di chi è il problema”.

*              Apprendere l’ascolto empatico.

*              Utilizzare in modo efficace il confronto e l’assertività.

*              Imparare ad usare un metodo democratico di “Problem Solving”.

*              Imparare a promuovere la consapevolezza dei valori.

Ciò che caratterizza questi corsi, oltre alla sistematicità e alla funzionalità, è la possibilità di sperimentare e fare pratica di abilità efficaci che promuovono il cambiamento.

 

I corsi “Genitori Efficaci”  e “Insegnanti Efficaci”si svolgono in moduli i cui contenuti sono:

 

*     Come capire il comportamento delle persone; il rettangolo del comportamento.

*     Come riconoscere, affrontare e risolvere i problemi; di chi è il problema?

*     Come prestare ascolto e attenzione all’altro.

*     Le barriere alla comunicazione.

*     L’ascolto passivo, l’ascolto attivo e l’empatia.

*     Come ottenere ascolto e attenzione dagli altri; i messaggi in prima persona.

*     Il confronto e l’assertività; genuinità ed empatia.

*     Come trattare la resistenza al cambiamento.

*     La teoria dell’iceberg: cosa c’è sotto l’ira?

*     La teoria dei bisogni.

*     Il cambio di marcia.

*     Come risolvere gli inevitabili conflitti in modo che tutte le parti in causa si sentano rispettate.

*     Conflitti di bisogni concreti e collisioni di valori.

*     Metodo I e II di risoluzione di conflitti di bisogni.

*     Come rendere produttiva la conflittualità; il metodo III.

*     Come promuovere l’autocontrollo e l’autodisciplina.

*     Come definire le regole di condotta in modo da rendere superflui ulteriori controlli.

*     Come modificare l’ambiente in modo da ridurre i problemi.

*     Come trattare le collisioni di valori; le opzioni ad alto rischio; le opzioni a basso rischio.

*     L’area di libertà personale.

 

Le nostre proposte formative si sono arricchite nel tempo anche si corsi più brevi “Genitori Oggi” e “Insegnanti Oggi” che attraverso 3 o 5 incontri perseguono la  finalità di arricchire la consapevolezza delle proprie modalità relazionali, delle risorse e delle difficoltà di ognuno, promuovendo una riflessione sulle possibilità di cambiamento e miglioramento della qualità delle relazioni stesse.

I corsi “Genitori Oggi” e “Insegnanti Oggi”, partono da una riflessione sulle attuali modalità di relazione vissute nella propria esperienza concreta, sui punti di forza e sugli aspetti che funzionano meno rispetto ad una relazione sana e soddisfacente, per creare una clima di fiducia,  rispetto reciproco, armonia. Nello specifico il corso è strutturato su alcuni temi che vengono sviluppati  anche praticamente negli incontri: Empatia, Autenticità, Accettazione non giudicante, Limiti e regole.

Gli esercizi proposti hanno appunto la finalità di favorire la conoscenza, la riflessione e il confronto nel gruppo dei partecipanti.

I nostri corsi, infatti, prevedono una forma attiva di apprendimento  e impegnano i partecipanti nella esperienza concreta di apprendimento dei concetti o delle abilità insegnate.

 

I contenuti, partono dall’esperienza condivisa e offrono  molti stimoli di riflessione, facilitano la condivisione di esperienze e l’espressione di idee, dubbi e problemi.

 

 

Valeria Papa

Psicologa- Psicoterapeuta

 

 

 

Incontro tra una persona psicologa e una persona psicotica…

Incontro tra una persona psicologa e una persona psicotica

“Nella mia esperienza…

… è efficace”

Qualità della presenza:

Essere presenti nel qui ed ora, autenticamente interessati all’altro e comunicarlo con la totalità del proprio sé, del proprio organismo, della propria esperienza.

Se sono presente, posso sentire in ogni momento dove sono e dove è l’altro; posso comprendere cosa sto vivendo nella relazione con quella particolare persona e posso sentire l’altro nella sua diversità. L’altro sente di non essere solo, sente una fiducia di base che gli dà un minimo di sicurezza, per potersi agganciare alla realtà e alla relazione. A volte basta la presenza di qualcuno, per assicurarsi la possibilità di risalita.

Se non si è soli, non ci si sente più senza aiuto, torna un po’ di voglia per continuare a combattere, torna un po’ di vita.

“Essere pazzi è come uno di quegli incubi in cui si cerca di chiamare aiuto ma non viene fuori la voce. Oppure la voce esce ma non c’è nessuno che senta o capisca. E non ci si può svegliare da questo incubo se non c’è qualcuno che ascolta e che aiuta a svegliarsi” (Laing, D. R., 1959, p.170).

La qualità della presenza è un aspetto indispensabile della relazione, ancor più con persone schizofreniche; è efficace perché la persona, nel caos della perdita di certezze, nella confusione tra il sé e il non sé, non si sente sola.La percezione della presenza di qualcuno che semplicemente “è”con tutto il suo spessore, ed é totalmente lì con lui nel qui ed ora, senza imporsi, con rispetto; che non si confonde nel caos ma mantiene una sua identità, dà contenimento perché mette dei confini tra il suo mondo e quello dell’altro.

La presenza di una persona che percepita come autentica, trasparente con senso di realtà, dà fiducia e speranza.

Considerare l’altro come persona nella sua totalità…

… non alla stregua dei suoi sintomi ma come una persona con delle difficoltà.

Guardare e ascoltare una persona e vedere i segni della schizofrenia come malattia, sono tutti modi per non comprenderlo.

Osservare e ascoltarlo semplicemente come essere umano, sono due cose radicalmente diverse.

Il terapeuta deve possedere una plasticità sufficiente per potersi trasporre in un altra modalità, una modalità aliena di vedere il mondo; deve necessariamente attingere alle proprie potenzialità psicotiche, senza per questo rinunciare alla sua salute mentale, con l’obiettivo di cogliere la dimensione esistenziale di quella persona.

E’ necessario comprendere come l’altro sente se stesso e il mondo in cui vive, il suo modo singolare di attribuire significato all’esperienza.

Bisogna comprendere l’altro senza distruggerlo;

L’altro sperimenterà una relazione diversa in cui la comprensione non sarà sinonimo di distruzione.

Nella mia esperienza, é stato efficace andare oltre l’impatto che aveva su di me un determinato comportamento; lo stesso comportamento assumeva un significato diverso se non dimenticavo la persona.

Considerare la persona nella sua complessità e rimandarla dà la possibilità all’altro di riappropriarsi della sua totalità.

La persona schizofrenica, cerca conferme della propria esistenza; nei momenti di crisi, la propria identità è scissa, disintegrata, frammentata; se anch’io dall’esterno continuo a vedere solo parte della sua esperienza darò una conferma della sua convinzione, del suo terrore; se la considero nella sua totalità, avrà una possibilità in più di rispecchiarsi in una visione più realistica di sé.

Comprensione empatica

Empatia intesa come il processo di sentire il mondo più intimo dei valori personali dell’altro, come se fosse proprio senza perdere mai la qualità del “come se”.

Secondo Jung, uno schizofrenico cessa di essere tale quando incontra qualcuno dal quale si sente compreso…

E’ nescessario potersi orientare come persona nello schema di riferimento dell’altro, anziché limitarsi a vederlo come un oggetto nel proprio mondo, senza giudicare anticipatamente dove sta il torto o la ragione. La capacità di fare questo è un requisito  essenziale per lavorare con gli psicotici.

L’utilizzo dell’empatia suscita diverse controversie, legate al fatto che le persone schizofreniche, appaiono in diversi casi anaffettive, con un vuoto nella memoria implicita, che impedisce loro di decodificare le emozioni e di simbolizzarle correttamente, come se fossero chiuse e irrigidite all’esperienza di contattare e di attribuire significato alle emozioni, in se stessi e negli altri.

Il rimando empatico, a volte, non facilita un cambiamento nel campo esperienziale dell’altro, come se non fosse la porta privilegiata per accedere all’“incontro”; altre volte può intensificare una dissociazione, un delirio o una paranoia.

Tuttavia, parlare di empatia o di rimando empatico, ha un significato diverso.

Nella mia esperienza, la comprensione empatica, a differenza del rimando è stata la chiave di accesso alla relazione.

Empatia, intesa come il processo di fare spazio all’altro, vedere il mondo come lui lo vede, non imporre i propri valori, o significati dall’esterno; ciò vuol dire rinunciare momentaneamente alle proprie certezze.

La possibilità di immergersi con rispetto nel mondo dell’altro come se fosse il proprio e allo stesso tempo tenere ben presente la qualità del “come se”, l’ancoraggio alla realtà e alla propria esperienza, sono in ogni momento, una risorsa insostituibile.

L’empatia accompagna costantemente la congruenza; come se fossero sempre accessibili alla consapevolezza. L’empatia, senza congruenza può diventare collusione o alimentare un sintomo di dissociazione dalla realtà; la congruenza senza empatia, può comportare la perdita di contatto con l’altro.

Posso comprendere meglio il significato di una difesa se comprendo empaticamente il vissuto che l’ha generata, ciò non vuol dire colludere, bensì rispettare il suo vissuto.

Congruenza e trasparenza

congruenza come apertura alla consapevolezza dell’esperienza e alla consapevolezza di sé.

Congruenza e trasparenza facilitano l’incontro e il contatto psicologico.

Un aspetto basilare della relazione, è avere una consapevolezza chiara di sé, dei segnali dell’organismo, del proprio vissuto nel momento attuale.

Ciò vuol dire fidarsi delle proprie sensazioni, accettare la propria esperienza;

Infatti, se non accetto un’emozione che sto vivendo non potrò comprenderla e viverla pienamente, cercherò di allontanarla dalla coscienza col risultato, di perdere il mio vissuto autentico, di perdere l’altro e la realtà del momento attuale, limitando e distorcendo la relazione.

Questa modatità è efficace con ogni individuo ma lo è molto di più, con persone profondamente disturbate, con chi è sensibile a ciò che sta accadendo nella relazione.

Il terapeuta, grazie alla sua apertura all’esperienza offre la possibilità di un incontro esistenziale tra due persone reali.

Lo schizofrenico può solo raramente, e con fatica, giovare di un “incontro”, ma sono questi i momenti più terapeutici.

La gamma di emozioni vissute e riconosciute nel qui ed ora aumenta e cambia, parallelamente all’accettazione di sé..

Nel lavoro con gli schizofrenici ho sperimentato spesso vissuti come l’impotenza, la paura, l’angoscia, il fastidio, il disgusto, il nulla, il vuoto, la confusione, lo smarrimento, il disagio del silenzio, il dispiacere e il dolore lacerante, la rabbia esplosiva, l’imbarazzo, lo sfinimento, il fallimento.

E’ stato importante non scappare da queste emozioni “scomode”, accettarle e comprenderle a fondo, ciò non é stato sempre facile perché ha comportato la messa in in discussione di alcuni costrutti.

Ad esempio mi sono resa conto che a volte mettevo in atto un comportamento direttivo, dispensavo consigli o interpretazioni, per non sentire la fatica di essere lì con loro in quel momento.

E’ più faticoso “stare” con loro utilizzando se stessi e la propria esperienza come strumento, anziché rifugiarsi in teorizzazioni rassicuranti.

Tempo fa, tendevo a non dare legittimità ad emozioni come la paura, a volte anche la rabbia.

La paura come sensazione di un pericolo imminente, è stata difficile da accettare, perché non si adatta al mio ideale di persona efficace: forte e coraggiosa.

Accettare questa emozione mi ha permesso di contattare e di significare anche altre forme di paura che non riguardavano me, ma ciò che viveva l’altro; mi ha permesso di sentire i momenti in cui questa paura era fondata e c’era un pericolo reale per l’altro, i momenti in cui si trattava di una paura legata alla mia storia, slegata dal qui ed ora; altre volte si è trattato di una paura persistente non vissuta completamente, che ho scelto di condividere. La congruenza diventava trasparenza e mi rendevo conto che, nel momento stesso in cui la esprimevo contestualizzandola, aveva un effetto sull’altro.

Diverse volte la trasparenza ha creato un cambiamento nell’altro, una piccola modificazione dell’espressione facciale, del tono della voce, della postura o della comunicazione: creava cioè contatto.

Contatto, inteso come condizione in cui, due persone sono in relazione, e ognuna di esse produce qualche differenza tale da poter essere percepita o subcepita, nel campo esperienziale dell’altro.

Altre volte il cambiamento é stato più palese, poiché l’altro riappropriandosi della possibilità di esprimere la propria paura non é stato annientato come temeva, ha sperimentato che vulnerabilità non é sinonimo di distruzione.

E’ importante portare nella relazione la ricchezza di tutte le emozioni percepite, affinché l’altro se ne possa riappropriare ed esprimerle liberamente.

Secondo Frieda Fromm Reichmann è sempre possibile stabilire un rapporto con gli altri, quando ciò non è possibile, il motivo risiede nelle difficoltà del terapeuta, non nella psicopatologia dell’altro (1952)

Accettazione positiva incondizionata:

… come sentimento spontaneo, positivo, senza condizioni o valutazioni.

L’accettazione positiva incondizionata è una calda accettazione, un affetto altruistico e non possessivo nei confronti dell’altro come persona separata; un affetto genuino che non gratifichi ciò di cui ha bisogno il terapeuta.

L’aggettivo “incondizionata” si riferisce al fatto che il terapeuta non pone condizioni di accettazione (“tu mi piaci se…”).

Il terapeuta stima le espressioni negative, difensive, regressive, asociali, mature e positive, senza distinzioni di sorta. Dà importanza all’altro come persona totale, valorizza ogni espressione e ogni facciata mostrata o nascosta del cliente.

Rogers sostiene che il terapeuta che intimamente sente di accettarlo di più, quando è razionale o normale più che quando è bizzarro o regressivo è meno efficace di un terapeuta che lo accetta incondizionatamente.

L’accettazione positiva incondizionata crea il clima di base per entrare in contatto, soprattutto in condizioni in cui questo contatto è arduo e profondamente temuto.

L’accettazione e la sospensione del giudizio, facilitano la fiducia.

Se la persona ha paura che il T. si arrabbi, o che non accetti parti di sé, le stesse parti di cui la persona si vergogna e non accetta, ovvero le più intime e vulnerabili, da difendere, allora come potrà aprirsi, come potrà far sì che questi sentimenti vengano fuori?

Un vissuto molto diffuso è la non accettazione di se stessi, la vacillante autostima, la vergogna profonda per le proprie debolezze; senza accettazione positiva incondizionata, l’altro continuerà a vergognarsi di sé e a nascondersi dal mio giudizio.

L’accettazione positiva incondizionata, fa sì che l’altro viva “la minaccia” in un clima che faciliti l’integrazione di elementi nuovi e la riorganizzazione del Sé.

Facilita il cambiamento e la riorganizzazione dell’esperienza.

L’altro sarà sempre più in grado di provare la considerazione positiva incondizionata verso se stesso.

La persona schizofrenica che ha ormai perso il contatto con la realtà, non può sentirsi viva, non trova questa sicurezza nel proprio intimo, perciò cerca conferme della propria esistenza all’esterno, nel fatto di essere visto, ascoltato, compreso, accettato.

Comunicazione

Congruenza o trasparenza, comprensione empatica, accettazione positiva incondizionata, sono efficaci se comunicate e percepite dall’altro: questa è la condizione più difficile da realizzare con la persona schizofrenica.

“Debbo essere non solo sensibile a ciò che avviene in me, alla corrente di sentimenti del mio cliente, ma debbo essere sensibile anche al modo in cui il cliente riceve le mie comunicazioni. Specialmente con persone molto disturbate, l’empatia può essere percepita come mancanza di impegno, che l’accettazione incondizionata può essere percepita come indifferenza, il calore può essere percepito come vicinanza minacciosa, i miei sentimenti più reali possono essere percepiti come falsi. Vorrei comportarmi ed entrare in rapporto secondo modalità chiare per quella particolare persona, cosicché ciò che sto provando nei suoi confronti, possa venir percepito da lui in modo non ambiguo.”  (C. Rogers, 1970, pag. 96)

Queste condizioni, come possono essere comunicate ad un individuo sospettoso che si ritrae dalla relazione, dal contatto e dalla realtà?

I terapeuti possono comunicarle utilizzando una modalità congruente con il proprio modo di essere.

Secondo Rogers, se il terapeuta è in grado di vivere le condizioni e se sente di essere genuinamente interessato, se ciò che “è” e che sente nella relazione è completamente aperto all’altro, se utilizza una varietà di modi personali per comunicare queste attitudini al cliente, non sarà sempre un successo; ma se il cliente sperimenta alcuni livelli di queste attitudini nella relazione, il processo terapeutico si avvierà al cambiamento.

Un altro aspetto problematico della relazione terapeutica con gli schizofrenici è la possibilità di creare un contatto psicologico, tra il terapeuta e il cliente.

Nella mia esperienza ho notato che mantenere alta la qualità della presenza e uno stato di congruenza, facilitano il contatto.

Essere ancorati alla realtà

Nei momenti di caos e di maggior difficoltà, anche quando sentivo con-fuso il mio vissuto, ho trovato efficace ancorarmi alla realtà concreta, osservabile.

Osservare la realtà, allontanandosi per un momento dalla con- fusione dei vissuti, delle emozioni, delle percezioni, permette di posizionarsi ad una certa distanza, in cui si può mettere a fuoco con più chiarezza i confini, i limiti, i significati.

Contenimento

Quando si presentano una forte incongruenza, dissociazione e isolamento, è importante offrire contenimento.

Ci sono molteplici modalità di contenere le angosce psicotiche, il contenimento è efficace quando è coerente con il proprio modo di essere, e l’esperienza vissuta in quel momento.

Autenticità

Essere se stessi, non assumere ruoli o comportamenti di facciata.

Nella mia esperienza, quando ho assunto il ruolo dell’operatore che doveva essere efficace e doveva assolutamente ottenere dei risultati osservabili per confermare questa aspettativa, funzionavo meno. Il mio comportamento era orientato a sedare la mia ansia, a rassicurarmi; in questi casi diventavo direttiva, perdevo l’altro e me stessa, smarrivo il mio vissuto e mi sentivo meno efficace come una profezia che si auto- avvera.

Nella mia esperienza

… non è efficace”

Nella mia esperienza non è efficace fingere, mostrare di essere più interessati di ciò che si é; voler essere a tutti i costi “efficace”.

Questo costrutto impedisce di entrare in relazione e di sentire il flusso delle emozioni percezioni e vissuti; altera ingannevolmente ciò che si sente.

In egual modo, non è efficace coinvolgersi eccessivamente.

Entrambi gli aspetti si riferiscono alla mancanza di congruenza, non sono efficaci perché falsano la relazione e distorcono la percezione dell’esperienza.

La congruenza non è una condizione data, scontata, è una conquista continua, che si ottiene gradualmente e faticosamente.


Nella mia esperienza non è efficace credere di essere responsabili di tutto ciò che accade all’altro, nel bene e nel male.

A volte mi è capitato di vivere con senso di colpa qualche evento accaduto all’altro, ad esempio crisi, conflitti, fughe; questo vissuto di colpa, a ben vedere, nascondeva una sopravvalutazione di me e toglieva potere all’altro; in realtà mi rendeva più vulnerabile e sensibile agli eventi e distorceva la mia percezione.

Questo tipo di distorsione si è rivelata un’arma a doppio taglio perché se da un lato poteva gratificare apparentemente aspetti narcisistici della mia personalità, dall’altro mi iper-responsabilizza, inutilmente;

L’iper-coinvolgimento non è efficace perché comporta confusione e perdita di confini… il nucleo dell’esperienza schizofrenica.

Il malessere dell’altro esiste a prescindere, a volte la crisi è inevitabile, posso essere autenticamente interessato all’altro, fare dei tentativi, anche i più disparati per facilitare il contatto con sé; ma se non lo accetto per ciò che “è” con il suoi limiti e il suo potere, corro il rischio di non vederlo, e di vedere solo ciò che vorrei che fosse.

E’importante restituire potere e responsabilità all’altro.

Ancora una volta, in questa restituzione è fondamentale la congruenza e la percezione del limite tra il proprio vissuto e quello altrui.

… Non è efficace, pensare a priori, di non sbagliare, di fare sempre la cosa giusta;

… non è efficace sottrarsi alle proprie emozioni, pensare unicamente con la testa;

… non è efficace reagire alle provocazioni, è essenziale scavare dietro le proprie emozioni, comprenderle;

… non è efficace lavorare soli, è importante sentirsi parte di un gruppo di lavoro, poiché il senso di appartenenza a una squadra di lavoro alleggerisce, ripartisce il senso della responsabilità, arricchisce lo scambio e il confronto.

… non è efficace perdersi empaticamente nell’altro senza sentire dove si é… Sentire la confusione, ma al contempo sentire che non appartiene a noi…

Il cibo e i suoi significati psicologici nell’infanzia

Durante l’allattamento, la vita del bambino ruota intorno al bisogno di nutrimento, alla ricerca della madre, del seno, del latte. In seguito allo svezzamento, non c’è più questo legame diretto, ma permane una forte identificazione tra il nutrimento e la figura materna.

Il rapporto con il cibo coinvolge  gli impulsi più istintivi della vita affettiva ed è carico di componenti psicologiche e affettive personali che possono interferire con una sana alimentazione.

L’alimentazione, infatti, è un momento quotidiano di confronto tra il bambino e la mamma, poiché oltre ad essere una complessa espressione di bisogni affettivi è soprattutto un mezzo legato alla sopravvivenza. Il cibo, come l’amore per la mamma è qualcosa di buono da far proprio, o da respinge quando assume una valenza negativa.

Se il bambino mangia, va tutto bene, se non mangia, diventa un indicatore di malessere che preoccupa, anche se spesso si tratta solo di un segnale legato all’indole del bambino o una fase della crescita.

Anche per il bambino , come per l’adulto il cibo ha un significato simbolico: “caldo” significa tenerezza e calore; “dolce” significa affetto e amore, alcuni alimenti come le fragole e le ciliegie esprimono un senso di gioia e allegria ogni bambino ha un suo linguaggio alimentare assolutamente privato.

Già da piccoli infatti ogni bambino esprime le proprie preferenze. Non è opportuno imporre al bambino un alimento che non gradisce. Gli impulsi orali legati al cibo sono molto forti al punto che sentirsi costretti ad ingerire qualcosa che disgusta viene vissuto come un atto ingiusto e sadico che si inscrive indelebilmente nella memoria, condizionando anche da adulti i gusti e la ripugnanza per alcune pietanze. Differentemente, il ricordo di alcuni cibi che si sono amati da piccoli suscita un inspiegabile senso di felicità e appagamento anche da grandi.

Il rapporto che si ha con il cibo è legato non solo alle esperienze vissute, alle emozioni percepite nell’infanzia che vengono immagazzinate con una particolare intensità, ma anche alle inclinazioni personali legate alla personalità e al carattere di ognuno.

Ad esempio il bambino goloso che accoglie il cibo come un dono, spesso affronta le nuove esperienze con lo stesso fiducioso approccio. Diversamente, il bambino diffidente che non si entusiasma per il cibo, poco curioso verso i cibi nuovi, in molti casi, lo è anche verso tutte quelle esperienze che rappresentano una novità.

Purtroppo, a volte, l’alimentazione si trasforma in un campo di battaglia per le famiglie impegnate nell’educazione dei figli, laddove i pasti potrebbero rappresentare un’occasione di relax e piacere, un momento conviviale in cui si riscopre il piacere di stare insieme e di condividere le proprie vite attraverso il cibo e i suoi significati.

Le riflessioni che emergono sono diverse, ma una domanda risuona a gran voce: Come fare per restituire ai pasti un significato positivo di condivisione e piacere?

convegno “Voglio vivere libero, scelgo la legalità”

locandina – Copia2

Siete invitati al convegno organizzato dallo Sportello Informativo per la Prevenzione dell’Usura e del Sovraindebitamento del Comune di Roma, che si terrà il 26 Novembre alle ore 16.00 presso la Biblioteca Elsa Morante, via Adolfo Cozza 7, Ostia Lido di Roma

Ai genitori


Essere genitori è uno dei compiti più impegnativi che possa esistere, ma è anche uno dei più complessi e gratificanti in quanto influisce direttamente nell’animo dei nostri figli: gli adulti di domani.

Nessuno, se non la nostra esperienza, ci insegna ad essere genitori. Ci si scontra quotidianamente con le proprie paure, responsabilità, limiti e potenzialità in un mondo in cui conta molto più “avere” anziché “essere”.

I manuali si occupano spesso di offrire informazioni sull’arte di essere genitori, offrendo utili spunti di riflessione per comprendere tale complessità, ma può capitare che il genitore si senta solo nel vivere la propria interiorità, i dubbi e  insicurezze che insorgono nella gestione dei problemi quotidiani.

Gli articoli, di seguito pubblicati costituiscono spunti di riflessione per aumentare le informazioni in possesso e per stimolare una discussione partecipata “in rete” al fine di ridimensionare la sensazione di solitudine.

“Essere genitori” vuol dire, non solo occuparsi di soddisfare i bisogni primari  e secondari dei propri figli, come offrire loro cibo acqua, un tetto, dei vestiti, dei giochi e tutto ciò che può essere utile per vivere, ma anche e soprattutto l’impegno di confrontarsi con la propria e la loro interiorità.

Si tratta di un rapporto unico, intimo e profondo che inevitabilmente mette a contatto con le proprie emozioni  più profonde, così come con i bisogni dei figli, in contesto di sensazioni amplificate.

I consigli su “come fare” devono essere integrati  da un riconoscimento interiore di possedere un intimo valore e un’ autorevolezza che prescindono dagli errori che si possono commettere. In tal modo si potrà attingere alla “propria saggezza interiore”, a ciò che di più profondo e creativo c’è in ognuno.

La consapevolezza, la fiducia e l’accettazione sono le fondamenta della propria  forza interiore, ciò che spinge ad essere più autentici e liberi di scegliere, ciò che facilita l’incontro e la vicinanza nelle relazioni con i propri figli e con gli altri.

“Essere genitori” vuol dire fidarsi della propria esperienza, della propria capacità di reagire e far fronte ai segnali talvolta enigmatici inviati dai figli, affinché possano crescere in modo sano e i genitori stessi, arricchirsi con loro in un processo di scambio.

“Essere genitori” vuol dire “essere nel presente”, il tempo che vivono i figli, e imparare a calare le conoscenze, i consigli e l’esperienza passata in ciò che si vive al momento. Quando si sentirà che le proprie energie saranno esaurite si dovranno trovare nuovi modi per fidarsi dei propri istinti, emozioni e bisogni .

Tutto ciò può essere emozionante, rischioso e rassicurante al tempo stesso, poiché si constata che non ci sono ricette preconfezionate che funzionano sempre e comunque, piuttosto ognuno deve trovare il proprio modo di essere, apprendendo da tutte le fonti utili e dalla fiducia nei propri istinti.

A volte, la bellezza di essere genitori, la sensazione di far parte di un meraviglioso, emozionante e faticoso territorio che ha stravolto la precedente vita, si perde nella banalità di ogni giorno. Se ci si lascia sopraffare dalle preoccupazioni che opprimono, si perde anche la  ricchezza del presente, nella convinzione che tutto ciò che accade può andar bene perché privo di conseguenze sui nostri figli.

L’infanzia è un momento di sfide ed emozioni forti in cui gli affetti profondi possono essere accolti e rispettati o traditi, feriti e al tempo stesso, passare inosservati da parte dei grandi. E’il periodo delle aspettative dei genitori sui figli, spinte che possono deviare lo sviluppo naturale delle loro potenzialità, provocando un’ intima sensazione di alienazione di sé.

E’ il tempo della spensieratezza, del presente, dell’assenza di passato, del tutto o niente, del qui ed ora.

E’ utile che i genitori, in questo delicato e impegnativo compito di accompagnare i figli nella vita, possano appropriarsi di ogni strumento di consapevolezza a loro disposizione, per non sentirsi soli e  sguarniti di fronte alle difficoltà e ai dubbi.

Dunque genitori … Buon cammino!


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